Pink Floyd, Twink, My Bloody Valentine, Pavement, Mogwai: unite i puntini e, stando a quanto si dice nelle note biografiche del gruppo, otterrete gli Unmade Bed. Che altro non rappresentano, in effetti, se non la somma degli addendi, con in più Paolo Messere nel ruolo di produttore artistico. Obiettivo principale degli sforzi congiunti dei musicisti, quello di scendere nell'indefinito del sogno e dei ricordi, fondendo in un sospiro di musica impalpabile pianoforte, orchestrazioni, synth, basso, elettronica, vibrafoni, tastiere. Esattamente ciò che accade nelle dieci stazioni del disco, con la voce timida ma ininterrotta di Lorenzo Gambacorta a filtrare tra le intercapedini di suono e racconto.
Tutto perfetto se si rimane in superficie. I dubbi nascono quando si abbandona quell'epidermide raffinata che rappresenta un po' il biglietto da visita della formazione, per scendere un po' più in profondità: si scopre allora che a guardar bene non v'è traccia dei trip laterali del Barrett più allucinogeno, che gli incantesimi da folletto propagandati dall'ex batterista di Tomorrow e Pretty Things sono solo un ricordo lontano, che le trasposizioni degli afflati melodici sghembi e uncinanti della band di Stephen Malkmus non paiono poi così uncinanti. Sostituite invece da un eccesso di lustrini con poco mordente, gradevole, certo, ma raramente indimenticabile. Dal passato rinviene lo sciabordio morbido delle chitarre di Loveless, qualche rimembranza Mercury Rev, un'organizzazione dei contenuti che privilegia il lavoro degli strumenti – caro, vecchio, post-rock -, qualche stranezza nelle melodie. Non abbastanza, comunque, da consentire al disco di sforare la soglia del sette.
(6.6/10)
Scheda: Unmade bed
Pubblicazione: 01 Marzo 2009
File under: post-psichedelia
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