Non ci voleva certo la recente uscita a nome She & Him (Volume 1, in coppia con l’attrice Zooey Deschanel) perché ci accorgessimo del talento di M. Ward, né ci stupisce, in fondo, che in America il suo sia diventato uno dei nomi più cool da mettersi in bocca quando si parla di alt-folk (o giù di lì), al pari dei suoi vecchi compari Bright Eyes e My Morning Jacket. E’ un nuovo establishment musicale che, in un certo senso, si sta creando, se pensiamo che Jim James e i suoi ormai si esibiscono a Las Vegas e che Conor Oberst è una star sdoganata già dai tempi del famigerato tour Vote For Change. Ed è una cosa assolutamente sacrosanta, perché Ward è e resta musicista, compositore ed arrangiatore di prima classe, e al bando tutti i giri di parole.
E’ quello che ti ritrovi a pensare quando stringi tra le mani questo Hold Time, che sin dal titolo, come l’acclamato Post-War, gioca su certe inevitabili tendenze retrò da sempre presenti nella sua musica; pre-war e old time musicnon si possono certo sradicare dal suo dna, ma adesso ci si è messo in mezzo anche il pop dei ’60, e allora non ce n’è per nessuno. Il punto di partenza in quella direzione erano già le canzoni del disco con la Deschanel (peraltro, la ritroviamo come discreta presenza in un paio di episodi), ma qui è la sostanza ad essere diversa. La densa pasta spectoriana in cui si diverte a immergere melodie degne di Brian Wilson, o meglio ancora del suo idolo dichiarato Daniel Johnston, è qualcosa di più che un mero esercizio di stile; l’affascinante veste sonora vintage non copre, anzi risalta una scrittura sempre più ferma e forse mai così pop come adesso (For Beginners, Star Of Leo, To Save Me, insieme all’ex Grandaddy Jason Lytle). Altrove aleggia lo spettro dei Big Star più disperati virati Scott Walker (la title track), bilanciati dal treno in corsa rockabilly Johnny Cash di Fisher Of Men. Poi beh, ci sono le solite fascinazioni legnose alla John Fahey (Shangri-La), c’è l’eccellente cover che conferma la sapienza del sarto (un’ombrosa Oh Lonesome Me di Don Gibson ricalcata dalla versione di Neil Young, con la voce da reduce di Lucinda Williams a rendere il tutto ancor più indimenticabile); e se non bastasse, sui titoli di coda c’è pure la zampata finale: l’Outro, una malinconica chitarra twang su un tappeto orchestrale che nemmeno il Jack Nitzsche più celestiale e irraggiungibile.
L’avrete già capito, saranno in molti a dire che questo è il miglior disco che M. Ward abbia pubblicato sinora (lo si era detto per Post-War, d’altronde). Oltre a covare il legittimo dubbio che ciò sia effettivamente vero, ci viene anche da pensare che la sua produzione, se si manterrà su tale livello, sarà difficile da battere per altri anni ancora.
(7.7/10)
Scheda: M Ward
Pubblicazione: 17 Febbraio 2009
File under: retro folk pop
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