Il punto focale attorno al quale da sempre ruota la carriera di Tim Rutili è il blues. Da intendersi innanzitutto come categoria dello spirito e, di conseguenza, faro della sua indagine sonora. Mai un passo falso in vent’anni o poco meno, giusto gli inizi incerti nel panorama indie americano con i discreti Friends Of Betty, e da lì in poi solo oro. Dai carati variabili, va da sé, come del resto tocca a chiunque perfezioni la propria Arte nello scorrere degli anni; chi - ed è gente sempre più rara - lavora di bulino e cesello allo scopo di dar voce all’animo e ai suoi moti.
All’interno di un percorso tuttora in movimento con i Califone, Bunny Gets Paid era per Red Red Meat un passo - come dire - meravigliosamente intermedio: seguiva l’omonimo esordio promettente e ruvido e un secondo passo sofferto ma assai più focalizzato come Jimmywine Majestic, a mezza via tra gli Stones straccioni dei primi ’70 e una Magic Band acquietata. Delle intuizioni sfoggiate in ambedue rappresentava apogeo colmo di passi narcolettici e stupefatti così tipicamente anni Novanta, però irrobustiti dalla profonda conoscenza critica dei fondamentali tecnici ed espressivi.
Incanto e malinconia rendevano già allora indimenticabili il post rock venato soul Chain Chain Chain, le dodici battute strapazzate da Taxidermy Blues In Riverse, lo stile che inizia a farsi riconoscibile marchio di fabbrica in Sad Cadillac. Giri la moneta e trovi il contrappunto dolente sotto forma di struggenti ballate corali (There’s Always Tomorrow) o estasi da bassifondi (non è un ossimoro: ascoltare per credere Oxtail, Buttered.) Bellezza da masticare avidamente, perché poi arriverà lo sconvolgente kraut-blues di There Is A Star Above The Manger Tonight e nulla sarà lo stesso anche per la band. Che andrà in frantumi sotto il peso di un tale capolavoro, del quale qui si gettano ben più che le mere basi. Lo sapevano benissimo i diretti interessati allora e lo conferma oggi la Sub Pop, tornando sulla scena del crimine con una doppia ristampa “deluxe” che, nel secondo cd contente materiale poco o affatto noto, mostra un po’ di futuro dub e offre a mo’ di sottolineatura un pugno di demo, inediti e versioni alternative. Soprattutto, consegna finalmente i Red Red Meat nel novero dei classici di ogni epoca.
(7.8/10)
Scheda: Red Red Meat
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