A distanza di neanche un anno dall’ultimo notevole A Place Where We Could Go, ecco ritornare Jeremy Jay, songwriter e polistrumentista americano con tutto un immaginario europeo tra sixties ed eighties. La formula è rimasta perlopiù immutata, vale a dire un mix di sensibilità vintage filtrato attraverso gli Ottanta (Buddy Holly rivisto da Elvis Costello), di attitudine spiccata verso il cantautorato decadente francese (Gainsbourg/Hardy) e pronunciata new wave, con le tastiere e i bassi sempre preponderanti.
C’è da dire che i suoni rispetto al precedente si fanno un po’ più rarefatti ed elettronici, riprendendo abbastanza il synth pop Gary Numan/OMD filtrato con l’oggi degli Air. Con forti rimandi al primo Tom Verlaine pre-Television dei Neon Boys con Richard Hell, a testimonianza dell’amore del Nostro per quel periodo della New York di metà ’70, dove dandysmo ed estetismo decadente si sono incontrati, si vedano anche i Modern Lovers prodotti da John Cale che gravitavano allora nell’area.
Non manca comunque la consueta dose psych in voce acida, che condensa una certa sintesi di cantautorato che dal già citato Costello porta a Micah P. Hinson (Winter Wonder), e gli umori rock-glam seventies (Will You Dance With Me?) alla Bowie periodo HunkyDory. E proprio il rimando a Bowie ci riporta al primo pezzo del disco, quel We Were There con la citazione delle tastiere kraftwerkiane alla Trans Europa Express, pezzo che omaggiava il Duca Bianco berlinese dandy. E il cerchio si chiude intorno all’immaginario di Jeremy Jay.
In Slow Dance non c’è però poi molto di differente rispetto all’album di esordio, ci si aspettava magari una svolta in una direzione precisa piuttosto che la riproposizione più o meno pari pari di piste già battute.
(6.8/10)
Scheda: Jeremy Jay
Pubblicazione: 24 Febbraio 2009
File under: songwriting
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