Il miracolo è riuscire a suonare così vivido e convinto sbandierando un
campionario di cliché ora levigati (la palpitazione di piano e synth diStay, come una suppurazione Roxy
Music-Simple Minds) ora ruggenti (Bottle Living,
ovvero l’hard blues al tempo dell’electroclash), per mezzo di soluzioni
atmosferiche che prima ammiccano (la pulsazione dance-RnB di I
Need You) poi prendono alla gola (il caracollare torrido di Black
And Blue Again, con quel finale stordente di synth madreperla e archi fantasma), additando en passant qualche nume tutelare (i Velvet periodo Loaded in Hold
On, i Primal Scream in Dirty Sticky Floors proiettati su luminarie Eno) tanto per ribadire l’articolazione del pedigree.
Pur sembrando inabile a vergare una calligrafia davvero propria,
l’impronta di Gahan riesce a ben delinearsi grazie ad
un’interpretazione vocale ispessita e vibrante, non troppo attenta
vivaddio alle posture da icona di lungo corso, capace di cullare
asprezza con languido stile e calarsi senza sforzo nei mood evocati dal
programma (senza mai rischiare a dire il vero tonalità improprie).
Tuttavia, l’additivo principale che rende godurioso l’ascolto di Paper
Monstersva individuato nell’ottimo lavoro di produzione a cura di Ken Thomas
(già con Clock DVA, Sugarcubes e Sigur Ros), in grado di garantire
ricchezza, coesione ed essenzialità attraverso la varietà di stili e
umori.
Particolarmente riuscito è il connubio tra ruvidi aliti rock e sipari sintetici come in Hidden
Houses, dove il retaggio Depeche Mode– il motorik narcolettico, le venature di synth – affiora brandendo
risoluzioni attualissime. Ma è certo nel posarsi docile di trame
inquiete come Bitter
Apple (effluvio d’archi su battuta tenera e svolazzi acidi, come dei Morcheeba restituiti alla sincerità) e soprattutto A
Little Piece(diafana elucubrazione RnB sotto una pioggia densa di tastiere,
violini, elettroniche e piano, come un Mark Lanegan tolto un quintale
di catrame dai polmoni e lontani, laggiù, i Suicide) che il programma
tocca il suo zenit, sorta di confessione a cuore aperto, disanima di
miserie liquefatte in un palmares non certo invidiabile di
faccia-a-faccia col destino.
Che è poi quanto la palpitazione per nulla tenue di Goodbyeribadisce in chiusura, canzone di trapassi cibernetici che prima attira nel suo sordido boudoir di vapori radioattivi e mantra vocale, quindi ci assesta una breve, impetuosa, deragliante esplosione di corde oltre il quale si dissolvono gli ultimi barbagli dell’autodafé. Non ci avrei scommessi molto, e invece Gahan – mettendo in gioco la propria fama travagliata, il proprio stesso problematico tormento – ne è uscito con un signor disco.
(7.0/10)
Scheda: Dave Gahan
Pubblicazione: 01 Gennaio 2003
File under: Pop
Abbonati al feed di Stefano Solventi
2002-2009 SENTIREASCOLTARE music magazine. Registrazione Trib.BO N 7590 del 28/10/05
Editore Edoardo Bridda Direttore responsabile Antonello Comunale Coordinamento Gaspare Caliri
Programming Luigi Pastore Art Karin Andersen Grafica Roberto Piazza Web designing Edoardo Bridda
Info (info at sentireascoltare.com) | Ufficio stampa Alberto Lepri (alberto.lepri at sentireascoltare.com) Teresa Greco (eventi at sentireascoltare.com)
Pubblicità Music Network









