Recensione
Songs We Should Have Written Firewater
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Power Rock Voti redazione e staff

Firewater

Songs We Should Have Written

Jetset

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Pochi mesi e si torna a camminare sulla corda, da una parte Tom Waits e dall’altra i Morphine, raffiche Violent Femmes e Nick Cave & The Bad Seeds a perturbare l’equilibrio, una brezza balcanica come spezia decisiva.

Undici cover masticate con bramosia, ingerite/digerite, metabolizzate in uno scenario di conflitti irrisolti e ghigni sardonici, piaghe infette e furia dolorante, un uomo che si specchia nei propri dissidi fino a brasarsi il cuore. Le canzoni sembrano voler giocare con tutto questo, danza beffarda sulle macerie (la rumba macabra di Diamonds And Gold pungola l’anima cava di uno xilofono, il violino a disegnare sottili traiettorie gotiche, la voce immersa in un grottesco abbandono), colonna sonora per sere di atroce malanimo (vedi come This Town scampana un blues jazzato tra cupi bagliori di corde e melodia alcolica, prima che tutto s’incendi feroce per poi spegnersi in un buio muto). Episodi febbrili, tirati, ruvidi, ma anche ombrosi, sinuosi, letterari. Non c’è aria di disimpegno, niente affatto, per quanto il Nostro a questo punto della carriera potesse ben permettersi il lusso di un divertissement. Anzi, l’aria appena può si fa sulfurea, come nella scivolosa Is That All There Is? (fuzzano corde alla stricnina) o nella funcheggiante Hey Bulldog! (pennate come schiaffi, slide acide, basso tarantolato, i Beatles come avrebbe voluto sempre sentirli Charles Manson).

Il suono è scolpito, le chitarre divaricano spazi a suon di scudisciate, oppure diluiscono untuose come nella hazlewoodiana Some Velvet Morning, estorta al suo ammiccante languore per farne epicentro di un delirio sospeso in una nausea avvolgente, o come nelle psichedelia densa ai limiti del caricaturale di Paint It Black, calligraficamente percussiva, speziata di tabla e sitar e chitarre rapaci, il canto che enfatizza ogni verso quasi a volerselo imprimere sulla pelle, sarabanda finale che sterza in una rumba apocalittica. Non si possono evitare due righe sulla buona resa di The Beat Goes On, avvinghiata a un riff ossessivo di piano, corde scorticate e Hammond torrido su percussività tribale, mentre Tod e la fida Jennifer Charles si passano la palla che scotta cantando sordide remissioni di peccati. E neppure a proposito del valzer oppiaceo allestito attorno a I Often Dream Of Train, organo e mellotron a far vibrare le pareti di un sogno da svegli, un incanto intossicato, attendere l'eternità nel tramonto cadendo lungo bislacche traiettorie da piuma. E possiamo andarcene in pace (?). Amen, Firewater.

(7.0/10)

Scheda: Firewater

Pubblicazione: 01 Gennaio 2004

File under: Power Rock

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Edoardo Bridda
Edoardo Bridda (Album 2004)

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