Recensione
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Genere

Avant musical retrò rock

Data di uscita

Aprile 2006

Pubblicazione

01 Aprile 2006

The Fiery Furnaces

Bitter Tea

Fat Possum

L’avevamo detto e lo confermiamo: le premesse ci avevano un po’ spaventato (bonariamente, s’intende). Ma una volta passati sotto le forche caudine di Rehearsing My Choir, il temibile disco della nonna, questo Bitter Tea, l’atteso disco di canzoni, non fa poi così paura. Cinque mesi e mezzo di gap tra un album e l’altro forse non saranno riusciti a rendere la family operapiù digeribile (almeno per quelli a cui è rimasta nel gozzo), ma probabilmente avranno reso un po’ meno traumatico l’impatto con l’attuale corso musicale dei “terribili” fratelli Friedberger. Sì, perché com’era prevedibile, questi due ultimi lavori sono scaturiti dalla stessa – folle, ineffabile – scintilla: concepiti e registrati nello stesso lasso di tempo (un po’ come Kid A e Amnesiac per i Radiohead) per poi essere pubblicati come due progetti distinti, ma in qualche modo intrecciati.
Secondo Matthew (vedi intervista) si tratta di due versioni della stessa storia  - o, se volete, di due prospettive differenti da cui essa viene raccontata. Piuttosto, volendo considerare Rehearsing come un esperimento “di forma”, Bitter Tea è il vero seguito di Blueberry Boat, che sviluppa il discorso prog-pop lasciato in sospeso due anni fa  alla luce degli esperimenti sulla forma canzone dell’EP, facendo altresì ricorso ai medesimi elementi stilistico-formali dell’operetta parentale (ovvero propensione per marcette frenetiche, stacchi improvvisi e kitch di synth in stile tardi Who / SparksI’m In No Mood).
Il che si traduce in un album – quasi una pièce - che vive tanto dei singoli episodi, quanto del loro scorrere continuo in un flusso ultra-psichedelico di suoni, trovate, invenzioni: un mare magnumdi motivi ricorrenti ripresi più volte -  in tempi e tonalità diverse - dal piano, dalla linea vocale, dal synth; strofe che si trasfigurano in arrangiamento e in esecuzione, melodie che compaiono e scompaiono per tornare quando meno te l'aspetti. In un calderone schizofrenico di stili, Bitter Tea si affida a effetti bizzarri a profusione, all'uso parodistico e cartoonesco di una grande varietà di tastiere (a scapito delle chitarre), a nastri e suoni al contrario come se piovesse -  a mo’ delle “rivoluzioni” collagistiche di lennoniana memoria, o dei Sabbath più acidi (il mantra demoniaco Vietnamese Telephone Ministry).

Ce n’è abbastanza da restare quantomeno storditi, ma è sulla lunga distanza (ovvero con gli ascolti) che l’album svela i suoi pregi: improvvisamente ci si accorge che quel riff spuntato dal nulla doveva stare proprio lì, che quella melodia vocale può schiudere tutto un immaginario, che quel tema di piano o quell’inserto di synth hanno un ben preciso ruolo di raccordo (se cercate una traccia emblematica in tal senso, andate dalle parti della title track).
E a giunti a questo punto, si può gustare il piatto forte, ovvero le canzoni (tra l’altro, tutte concentrate nella seconda metà del programma): Teach Me Sweetheart, Police Sweater Blood Vow (blues pop in pieno stile EP), I’m Waiting To Know You (bizzarra e lunare love song anni ’50), Nevers, Benton Harbor Blues (pop sbilenco e orecchiabile, vezzi r’n’b), Whistle Rhapsody(Matt catturato tra Pink Floyd e glam bowiano); un po’ songs un po’ sinfonie tascabili, segnate inconfondibilmente da una Eleanor tornata finalmente protagonista, l’interprete ideale delle – invero criptiche e visionarie – liriche dell’inarrestabile fratello.  

Tirate le somme, un altro - buon - disco dei Fiery Furnaces. Non un passo avanti, né uno indietro; semmai, un passo altrove. Come speravamo.

(7.3/10)

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Antonio Puglia
Antonio Puglia (Album 2006)