L’avevamo detto e lo confermiamo: le premesse ci avevano un po’
spaventato (bonariamente, s’intende). Ma una volta passati sotto le
forche caudine di Rehearsing My Choir, il temibile disco della nonna, questo Bitter Tea,
l’atteso disco di canzoni, non fa poi così paura. Cinque mesi e mezzo
di gap tra un album e l’altro forse non saranno riusciti a rendere la family operapiù digeribile (almeno per quelli a cui è rimasta nel gozzo), ma
probabilmente avranno reso un po’ meno traumatico l’impatto con
l’attuale corso musicale dei “terribili” fratelli Friedberger. Sì,
perché com’era prevedibile, questi due ultimi lavori sono scaturiti
dalla stessa – folle, ineffabile – scintilla: concepiti e registrati
nello stesso lasso di tempo (un po’ come Kid A e Amnesiac per i Radiohead) per poi essere pubblicati come due progetti distinti, ma in qualche modo intrecciati.
Secondo Matthew (vedi intervista) si tratta di due versioni della
stessa storia - o, se volete, di due prospettive differenti da cui
essa viene raccontata. Piuttosto, volendo considerare Rehearsing come un esperimento “di forma”, Bitter Tea è il vero seguito di Blueberry Boat, che sviluppa il discorso prog-pop lasciato in sospeso due anni fa alla luce degli esperimenti sulla forma canzone dell’EP,
facendo altresì ricorso ai medesimi elementi stilistico-formali
dell’operetta parentale (ovvero propensione per marcette frenetiche,
stacchi improvvisi e kitch di synth in stile tardi Who / Sparks – I’m In No Mood).
Il che si traduce in un album – quasi una pièce - che
vive tanto dei singoli episodi, quanto del loro scorrere continuo in un
flusso ultra-psichedelico di suoni, trovate, invenzioni: un mare magnumdi motivi ricorrenti ripresi più volte - in tempi e tonalità diverse -
dal piano, dalla linea vocale, dal synth; strofe che si trasfigurano in
arrangiamento e in esecuzione, melodie che compaiono e scompaiono per
tornare quando meno te l'aspetti. In un calderone schizofrenico di
stili, Bitter Tea si affida a effetti
bizzarri a profusione, all'uso parodistico e cartoonesco di una grande
varietà di tastiere (a scapito delle chitarre), a nastri e suoni al
contrario come se piovesse - a mo’ delle “rivoluzioni” collagistiche
di lennoniana memoria, o dei Sabbath più acidi (il mantra demoniaco Vietnamese Telephone Ministry).
Ce n’è abbastanza da restare quantomeno storditi, ma è sulla lunga
distanza (ovvero con gli ascolti) che l’album svela i suoi pregi:
improvvisamente ci si accorge che quel riff spuntato dal nulla doveva
stare proprio lì, che quella melodia vocale può schiudere tutto un
immaginario, che quel tema di piano o quell’inserto di synth hanno un
ben preciso ruolo di raccordo (se cercate una traccia emblematica in
tal senso, andate dalle parti della title track).
E a giunti a questo punto, si può gustare il piatto forte, ovvero le
canzoni (tra l’altro, tutte concentrate nella seconda metà del
programma): Teach Me Sweetheart, Police Sweater Blood Vow (blues pop in pieno stile EP), I’m Waiting To Know You (bizzarra e lunare love song anni ’50), Nevers, Benton Harbor Blues (pop sbilenco e orecchiabile, vezzi r’n’b), Whistle Rhapsody(Matt catturato tra Pink Floyd e glam bowiano); un po’ songs un po’
sinfonie tascabili, segnate inconfondibilmente da una Eleanor tornata
finalmente protagonista, l’interprete ideale delle – invero criptiche e
visionarie – liriche dell’inarrestabile fratello.
Tirate le somme, un altro - buon - disco dei Fiery Furnaces. Non un passo avanti, né uno indietro; semmai, un passo altrove. Come speravamo.
(7.3/10)
Scheda: The Fiery Furnaces
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