Recensione
Unhistories Singer
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Post, slow soul Voti redazione e staff

Singer

Unhistories

Drag City

Ho letto, nella presentazione di questo disco, che i componenti suonano come se fossero in stanze diverse, e non si sentissero – il che è ovviamente accompagnato da un “però”, “però c’è un però”, cioè il fatto che l’effetto di insieme presenta delle legature e non della facile casualità. Una metafora per il succo della questione potrebbe essere una porzione della stessa polpa suddivisa nei piatti dei commensali di tavoli diversi.

Fatalmente tutto questo mi ha ricordato il CaptainBeefheart della trota; ma certo se avessi letto che in formazione ci sono Todd Rittman e Adam Vida (rispettivamente seconda chitarra e l’ultimo batterista degli U.S. Maple), tutto sarebbe stato più chiaro fin dall’inizio.

In Unhistories di Singer c’è anche la magica arte del contrappunto, ma non elevata a unico criterio costruttivo, anzi come fattore di uno smembramento il cui risultato è la lentezza dello slow-core e un gioco sulla tradizione americana (come nella chitarra dell’iniziale Slow Ghosts). Le voci, estratte dal contesto, spesso in coro, sono vittime dell’indie tutto (vera novità, piacerà o meno, rispetto agli U.S.M.), tanto che il cantato a volte ricorda gli ultimi 90 Day Men. Ascoltando però Please, Tell The Justices We're Fine, nel particolare, si gusta la differenza di tocco tra quelli e i Singer; per sentire un battito (simile, bomba!, ad alcune invenzioni degli Xiu Xiu di Knife Play) che lascia indifferenti i musicisti ma percuote l’ascoltatore in un ballo straniante; a suo modo, un piccolo capolavoro.

Tornando al generale, l’impostazione di scollatura tra le parti è quella che qualche anno fa si sarebbe detta del post rock, oltre che del math dei Maple. La vecchia cara destrutturazione, ma con importanti differenze; qui (Dumb Smoke) essa è realizzata tramite vocalità sfacciatamente soul e interventi di chitarra che sono quasi esclusivamente accordi, contrappunti o mini assoli blues (Party Lessons); non c’è mai un riff angolare, per intenderci. Il vero legame al post è forse la batteria, ma non al post di vulgata, ma a quelle forme prototipiche di svincolamento da una struttura che comparivano in Tweez degli Slint, per esempio, e che qualche anno dopo avrebbero rielaborato i Don Caballero - e su cui avrebbe ricamato anche Kevin Shea, coi suoi Storm’n’Stress (la prima metà di Divining), miscelandole a provenienze free-jazz.

La chitarra richiama allora solo qua e là Beefheart, ma per una sorta di sua versione più desertica e figlia degli anni Novanta (Party Lessons), come è naturale che sia. In effetti è questo che rimane; una desertificazione che però nasce dal calcolo sul (buon) eccesso della scrittura, dal barocchismo virtuoso, per così dire. Un diradamento carnoso, la rarefazione di un’aria che rimane frizzante.

 

(7.1/10)

Scheda: Singer

Pubblicazione: 06 Aprile 2008

File under: Post, slow soul

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