Che Dave Longstreth, in arte Dirty Projectors, fosse molto più che un fenomeno passeggero lo avevamo già intuito dai primi passi del giovanissimo musicista statunitense. Anzi, avevamo anche avuto più di una conferma che la maturità fosse alle porte, nonostante il piccolo passo falso dello stucchevole The Getty Address, un album un po’ troppo pretenzioso.
Ma, si sa, chi non risica non rosica e Dave ha dimostrato negli anni di avere il coraggio e le capacità di provarle tutte senza il minimo interesse di compiacere il pubblico. Ed eccolo di nuovo, in perfetta coerenza con questa linea di pensiero, a cambiare completamente le carte in tavola, spiazzando chi lo aveva già incasellato nella scomoda categoria di musicista “colto”. Rise Above è proprio ciò che nessuno si sarebbe aspettato dopo gli ultimi due capitoli della sua già dignitosa carriera. Spogliatosi della scrittura complessa e cameristica di Slaves’ Graves And Ballads e della pomposità corale di The Getty Address, Longstreth si presenta alla prova (forse) definitiva della sua maturazione artistica con un sound che, grazie ad un organico strumentale ridotto all’osso (chitarra in evidenza, basso e batteria, con coro femminile) strizza l’occhio in maniera del tutto personale e schizofrenica alla “negritudine”: rythm’n’blues, funky e soul in stile Motown. Ma, al cospetto di una personalità così estrosa e musicalmente onnivora, questi riferimenti vanno presi con le molle, tanto sono amalgamati e metabolizzati (e, di conseguenza, nascosti) attraverso strutture e stili che ne rappresentano l’esatto contrario. Tra questi, una certa vena prog, che pervade tutto l’album e conferisce forse il marchio più peculiarmente distintivo a questa ennesima piccola-grande svolta; così come le sferzate noise e i passaggi dal sapore post-rock (Depression, Spray Paint), ai quali è dato il compito di rompere improvvisamente un’atmosfera generale che si può definire piuttosto pacata (in questo senso spicca la beffarda tenerezza di Thirsty And Miserable e di Gimme Gimme Gimme), anche se i toni sono quasi sempre sopra le righe. Fino a giungere alla sintesi estrema di tutti questi elementi con la bellissima Room 13.
Dirty Projectors mantiene, in ogni caso, i suoi tratti distintivi, come quella particolare, ondulante e inafferrabile emissione vocale di Dave, che ricorda, e non poco (come già si è avuto occasione di dire) il miglior Jeff Buckley. Non manca del tutto la scrittura cameristica, relegata, stavolta, ad alcuni episodi (Police Story), a brevi introduzioni (No More) e alla ghost track che chiude l’album, ma mai predominante. Ciò che invece svolge un ruolo assolutamente primario è la chitarra, suonata con svariate tecniche, che spaziano da arpeggi tipicamente neo-folk a graffianti andamenti atonali. Dare un giudizio su un disco complesso come questo presuppone l’accettazione dei limiti di una recensione che, nel contesto degli spazi a disposizione, della tempistica e dell’immediatezza che le sono proprie, può soltanto cogliere aspetti generali di un’opera che aggiunge sempre qualcosa di interessante ad ogni ascolto e che, a dispetto di una piacevole immediatezza di fondo racchiude raffinatezze degne di un grande artista. Maturo.
(7.6/10)
Scheda: Dirty Projectors
Pubblicazione: 11 Settembre 2007
File under: Avant Rock
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