Recensione
The Getty Address Dirty Projectors
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Avant Rock Voti redazione e staff

Dirty Projectors

The Getty Address

Western Vinyl

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Una glitch opera sul leader degli Eagles Don Henley e sul conflitto tra Hernan Cortes e gli aztechi del 1519-21. Stavolta Dave Longstreth prova per grandi salti a dare la sua visione dell’America, racchiudendola tra due personaggi che non hanno niente in comune se non il fatto di appartenere entrambi alla vita degli Stati Uniti. Che cosa sia poi una glitch opera (!) non è dato saperlo, anche perché, a parte qualche elaborazione elettronica (Ponds and puddless), la musica ha veramente poco a che vedere con quello che si definisce glitch. Per non parlare dei riferimenti all’opera..

Dopo i buoni livelli compositivi raggiunti l’anno scorso con Slave’s, Graves & Balladsil principale Dirty Projector si fa prendere da ambizioni “colte”, cadendo in un tranello molto insidioso per gli artisti popular. Per sua fortuna Longstreth non si mette a emulare nessuno (a parte alcuni momenti di scrittura operistica tardoromantica – in stile wagneriano, per intenderci), ma la sua originalità non è coinvolgente.

Laddove l’album precedente era organizzato in canzoni, accorpate in due parti in base a scelte strumentali, The Getty Addresssi presenta come una lunga suite, con il coinvolgimento di un organico strumentale impressionante per varietà: un ottetto di violoncelli, fiati, percussioni di tutti i tipi e coro femminile, il tutto scritto ed elaborato da Longstreth stesso, che ha lavorato le parti al computer e le ha ricostruite sovrapponendoci la sua voce. Una voce che naviga per tutti i cinquanta e passa minuti dell’album su uno stile a metà tra Robert Wyatt e Jeff Buckley.

A parte qualche richiamo melodico qua e là, The Getty Addressnon dà l’impressione di un progetto organico (quello che dovrebbe essere un’opera). Una musica che si sforza di essere evocativa, intellettuale, ma che risulta statica, “legnosa”, ingessata dietro una forma troppo pretenziosa. Non che sia un brutto lavoro, è senz’altro un operazione complessa quella di Longstreth, con un risultato che ha bisogno di tempo per essere metabolizzato. Momenti come Time birthed spilled blood, con le sue sovrapposizioni di parti mettono in risalto la fantasia compositiva di Dirty Projectors, che però si perde nella noiosa lentezza di I will truck o di Warholian wigs. Ritmi lenti che in quanto a bpm si avvicinano molto al trip hop, ma che vengono costruiti spesso con percussioni dal sapore etnico come marimbas e campanacci (Jolly jolly jolly ego).

Un album a volte stucchevole, altre volte affascinante, un percorso musicale pieno di fermate, discontinuo, ma che se attraversato a piccoli tratti rivela meglio il suo fascino, tra il cervellotico e il sempliciotto. Forse il giovane Dave avrebbe dovuto aspettare qualche annetto in più per cimentarsi in un’avventura che non sembra essere stato in grado di gestire fino in fondo, alla quale non è bastato il suo approccio tra il colto e il naїf , che pure aveva dato linfa vitale ai due lavori precedenti. Un passo falso, un’eagerazione, ma fisiologica, comprensibile, che potrebbe preludere (vogliamo sperare) a una ulteriore fase di crescita artistica. Da uno come Longstreth, che di idee ne ha da vendere, c’è da aspettarselo.  

(6.5/10)

Pubblicazione: 01 Gennaio 2005

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Daniele Follero
Daniele Follero (Album 2005)

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