Anche Dave Longsteth stesso, dall’alto della sua eccentricità, ha provato a definire la sua musica con gli appellativi più strampalati (glitch folk, wabi sabi, dun-songs) fallendo sistematicamente. Forse perché neanche il mentore dei Dirty Projectors si è reso conto della grandezza del suo lavoro.
Dopo un album che lo
aveva inquadrato in una corrente neo-folk tanto attiva quanto
variegata, il ventunenne del Connecticut si avvia già verso
un’artisticità più pronunciata prendendosi sotto braccio il Robert Wyatt più ispirato e la migliore tradizione cantautorale americana, da Tim Buckley a Tom Waits.
Chi si aspettava una riconferma di quello stile “casalingo” che aveva
contraddistinto “The glad fact” rimarrà deluso a metà, visto che, se
parte dell’album si conferma in pieno stile lo-fi, il resto parla un
linguaggio orchestrale che per raffinatezza e freschezza degli
arrangiamenti fa quasi gridare al miracolo.
Il suono di una marimba
accompagnato da un sordo rumore di percussioni e una voce narrante
sullo sfondo introducono la prima parte dell’album, che vede come
protagonista, oltre a Longstreth, la Orchestral Society For the
Preservation of the Orchestra (sic), una formazione composta da un
flauto, un oboe, un clarinetto, un corno, due violini, un violoncello e
percussioni. Le parti orchestrali, scritte e dirette dallo stesso
Longstreth più che funzionare come semplice accompagnamento (abuso
tipicamente pop), sono usate con un’espressività più unica che rara:
dalla leggerezza (On the beach) ad una gestualità quasi operistica (Slaves’graves) l’orchestra si muove attraverso passaggi armonici che lascerebbero a bocca aperta anche George Martin.
La distorsione acustica di (Throw on the) Hazard lightspiomba in una sorta di lo-fi orchestrale e viene riproposta a mò di ripresa per chiudere il primo capitolo di questo album. E’ a questo punto che la one-man-band Dirty Projectors viene fuori nella sua versione più intimista e Longstreth rimane quasi totalmente solo con la sua chitarra a sussurrare le sue “homemade songs”.
Prevale la dolcezza in Ladies, you have exiled me e Obscure wisdom,mentre l’atmosfera cupa di since I openedè perfetta per chiudere un album che non cala mai di intensità. L’etichetta “neo-folk” la lascerei a chi ha bisogno di un’identità musicale non ancora trovata. Questa mi piacerebbe semplicemente definirla grande musica.
(8.0/10)
Scheda: Dirty Projectors
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