Il volto di Sandy Dillon in copertina significa tutta una vita passata a
rosicchiare i bordi dell’insuccesso e resistere agli urti, fresca ancora – ovvero
bruciante - la morte per attacco cardiaco del partner sentimentale e artistico
Steve Bywater, tre anni or sono. Non fosse per questo potremmo ben definire
quella presente come la fase più felice di una carriera iniziata nei
primi ottanta tra catramosi jazz club, proseguita nei teatri alternativi di
Broadway e incagliata nelle secche di due insuccessi commerciali targati Elektra
(Candy From A Stranger e Flowers, quest’ultimo
prodotto nientemeno che da Mick Ronson, storico chitarrista di Bowie).
Dopodiché l’oblio, il trasferimento in terra d’Albione, un
laborioso tirare a campare a furia di misconosciute soundtrack. Viene quindi
notata dalla indipendente One Little Indian, con cui debutta nel 1999: Electric
Chair colpisce nel segno smuovendo paragoni importanti (da Janis
Joplin a P.J. Harvey a Tom Waits) e l’attenzione di Hector
Zazou, assieme al quale firmerà l’anno successivo Las
Vegas Is Cursed (2001). Poi la morte del marito, a cui dedicherà l’oscuro East
Overshoe (2001).
Anziché scoraggiarsi, la rinnovata vitalità artistica della Dillon
prosegue oggi con Nobody’s Sweetheart. Da lei stessa prodotto, è forse
il suo album più “facile”, altalena di umori in girotondo
di stili, dalla ballata per voce e hammond dell’iniziale Feel The Way
I Do (così simile nei versi a Blowin’ In The Wind) al
soul a luci spente della conclusiva Mamma’s Backyard, passando
per il RnB con tentazioni dancefloor di The Stain e per la trepida congerie
di archi ed elettroniche in The Silent You.
La sfida principale raccolta dal disco è conciliare la particolarissima
voce di Sandy (intimamente sgraziata, ruvida e capricciosa, infantile e infernale)
con composizioni "friendly" e arrangiamenti tendenti all'ipermoderno:
il risultato sembra talora un improbabile ibrido tra Thalia Zedek, Portishead e Alanis
Morrisette (come nella oziosa Shoreline – ospite ai cori Heater
Nova - o nella nevrastenica Now You’re Mine, o in quel mezzo
pasticcio che risponde al nome di It Must Be Love, strutturato su un
massiccio sample da Red Telephone dei sempre più influenti e
quindi citati Love).
Eppure nel complesso il lavoro agguanta la sufficienza, soprattutto alla luce
di piccole gemme come la psych etilica di Honeymoonee, l’insidioso
languore di Let’s Go For A Drive e la sbarazzina scompostezza punk
di Don’t Blame You Now. E non è il caso di scordare la fascinosa
title track, in cui la profondità del basso e le rifrazioni delle chitarre
(a cura di Julius Walter, anche co-autore e co-produttore) incontrano
i liquori elettronici al crocicchio di un soul decadente, intanto che la Dillon
dispiega un’interpretazione memore della classicità ombrosa dell’ultima Billie
Holiday.
Si rimane con il rammarico della potenzialità sprecata, ma è un buon disco che si lascia ascoltare a lungo. In bocca al lupo, Sandy.
(6.5/10)
Scheda: Sandy Dillon
Pubblicazione: 01 Gennaio 2003
File under: Pop Rock
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