Tra cerchi da far quadrare e perimetri che per un istante sembrano chiusi e dopo un attimo non sai prevederne l’esito, si arriva al secondo album. Affidata la produzione all’esperto Brian O’Shaughnessy (già membro dei Safe), i Clientele propongono in Strange Geometry la loro tipica calligrafia con lievi ma significative variazioni. Ad esempio spandendo su tutto una sbrigliatezza che occhieggia ora i primi REM (il jangle che occhieggia dietro la caligine di My Own Face Inside The Trees), ora gli Eels (tra gli archi squillanti, l’impertinenza errebì e l’accorato disarmo di E.M.P.T.Y.) quando non addirittura i primi Bee Gees (nell’asprigna tenerezza soul di Geometry Of Lawns o nella ninna nanna zuccherata di Step Into The Light). La psichedelia stirata, sfibrata, sfilacciata, fino a farsi friabile, una rielaborazione nostalgica, un fervente auto-inganno: come i Byrds sciropposi nella rabbia sedata di Since K Got Over Me, come i Jefferson Airplane più quieti nella sonnacchiosa trepidazione di Spirit, come i Left Banke narcotizzati nel soul rarefatto di (I Can't Seem To) Make You Mine.
Più interessante è però l’assiduo ricorso al dissolvimento delle strutture, come se alla rarefazione di umori e atmosfere debba corrispondere la vaporizzazione degli schemi classici del folk-pop. Da cui lo spaesamento che pervade il programma come un retrogusto, nel bridge che scompagina le carte di When I Came Home From The Party (spossatezza valzer, senso d’irrimediabile), nei found sounds e negli ectoplasmi d’opera di K (dream folk acidulo, un’ombra di piano), nel talkin’ diaristico di Losing Haringey (crema folk baluginante, realismo e fatalismo, archi e coretti) e soprattutto in quella Impossibleche domina la solennità degli archi, l’intreccio liquido degli arpeggi, il jangle liquoroso, l’amarezza disincantata del chorus per poi sfrangiarsi, dipanare altri fili, lalleggiare, divagare, mortificarsi e infine consumarsi nell’acidità stridula di un assolo di chitarra.
Se le intuizioni melodiche non sorprendono né deludono, i Clientele danno comunque la sensazione di procedere: attraverso i palpiti delle loro nebbie e dei loro mal di cuore, togliendo la terra sotto ai piedi dell’ovvio, del quieto consueto. Con l’inesorabilità di chi si è perso in un sogno e non sa uscirne. Con la dedizione accorata di chi persegue una perfetta dissolvenza in grigio: perfetta, all’uopo, è la conclusivaSix Of Spades.(7.1/10)
Scheda: Clientele (The)
Pubblicazione: 01 Luglio 2005
File under: Slow Pop
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