Recensione
The Shine of Dried Electric Leaves Cibelle
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Nu-Brazil Voti redazione e staff

Cibelle

The Shine of Dried Electric Leaves

Six Degrees

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In tutta sincerità, dopo le buone impressioni del debutto mi aspettavo parecchio da questa ragazza. Ma – in tutta sincerità - non così tanto. Questo suo secondo lavoro lungo è davvero buono per diversi motivi, primo fra tutti la capacità di circondarsi di tanti talenti senza farsene soverchiare. Dall'inglese Mike Lindsay al paulista Apollo 9 passando per il parigino Yann Arnaud, fanno tre demiurghi dei groove sintetici al di lei servizio, ovvero della sua voce sottile e flessuosa come celluloide, dolceamara come uno sbuffo di cacao, impalpabile come una nebbia di crepuscolo londinese. Se consideriamo inoltre la presenza del beatboxer francese Spleen (nel funky-mambo-avant di Mad Man song, costruito col “metodo Medulla” di Bjork, ovvero nessuno strumento ma ansiti, cucchiaini, tazze, tazzine e zollette di zucchero...), del bravo chitarrista acustico Seu Jorge e dell'ineffabile Devendra Banhart (nell'umorale cover di London London, antico pezzo a firma Veloso), il fatto che Cibelle Cavalli sappia restare al centro della questione con tanta disinvoltura, con tanta morbida autorità, mi sembra un chiaro segnale che il cavallo (ehm…) è di razza.

Più ancora va sottolineata la capacità di intrecciare i fili del folk, del soul, della bossa e del jazz, facendoli brillare in un’estetica electroglitch pervadente ma giammai invadente, cuocendoli in un brodo lento di armamentari esotici (percussioni e chitarrine trillanti) e psichedelia frastagliata (le corde in reverse, il mellotron…), straniando senza stordire, un po' come fa l’emblematico collage di copertina. Eppoi ci sono le canzoni, schive ma suadenti, strategie di seduzione senza frenesia, col tempo dalla loro parte. L’afflato soul-jazz da Sade rivista e corretta nella stupenda Flying High o la letargia iridescente tipo il Jeff Buckley degli Sketches in Train Station. Il folk che strugge ipnotica psichedelia tra guizzi sintetici (Phoenix) o la bossa targata Jobim immersa in un acquario di lente spore electro (Por Toda A Minha Vida). A proposito di cover c'è anche la waitsiana Green Grass (giapponeseria languida in mutazione folk-blues), mentre l’esoterico incanto di Lembra è un originale che spedisce sintetizzatori à la Enotra vocalizzi bjorkiani, violoncello, clavicembalo, cori rococò ecc. Un disco abbastanza complesso che però si ascolta come un vento tiepido in mezzo all’estate. Con incontenibile naturalezza. Quasi un miracolo.

(7.6/10)

Scheda: Cibelle

Pubblicazione: 01 Luglio 2006

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2006)

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