Voce soffice e screziata come una Nina Simone acerba (anche se nella ghost-track si diverte ad imitare Billie Holiday), seducente strategia in levare di vocalizzi vellutati, uno scomparire vaporoso e sbarazzino nelle pieghe della melodia. Cibelle trova nel giovane guru techno Apollo 9 il pigmalione ideale per questo omonimo album di debutto, peraltro mixato da Chris Harrison e Pete Norris, già al lavoro per i Morcheeba. Undici tracce (di cui ben nove scritte da lei stessa) nelle quali il samba giunge ed oltrepassa il punto di sublimazione (l’ipercinetica Hate in escursione psych), evaporando downtempo jazzata (la fascinosa Luisas immersa in una nebbia di tastiere), soul sintetici (il cosmico afflato di I’ll Be) e soffici ibridazioni funk (il mambo beffardo di No Prego, così vicino a certe scelleratezze dei Gorillaz).
Non propriamente dunque un esercizio di bossa applicata all’elettronica o viceversa (come nel contemporaneo gradevolissimo lavoro di Fernanda Porto), quanto un allontanarsi da essa sperimentandone la persistenza, circoscriverla al livello di un’attitudine, lasciarla sotto il pelo dell’acqua ed osservarne il cadavere vivissimo. Anche quando sembra tornare il sapore dominante - come nella splendida Só Sei Viver no Samba (a firma Ari Moraes) o nel toccante duetto col leggendario Johnny Alf nella vibrante jazzitudine di Inùtil Paisagem (a firma Jobim) – c’è come uno slittamento ritmico o un tremolare delle prospettive (una bambagia di synth, un borbottare sospetto di basso, i vaporizzi madreperlacei della voce…) che invitano all’astrazione, alla de-localizzazione stilistica.
Due le tracce firmate assieme al succitato Apollo 9, e sono le silhouette più inafferrabili e fascinose del programma: una Um Só Segundo estatica come una narcosi Beta Band e il valzer exotico di Waiting spinto da una linea di basso intrigante sotto un’aurora di synth. Se Trainè il pezzo più immediato (bossa-soul dal piglio incandescente, un riff d’armonica che ti si appiccica addosso, fauna sonora pennellata con estro e misura), la conclusiva Pequenos Olhos è un tuffo jazz-blues dilatato e allibito, la voce posata su un letto di synth e vibrafono, la tristezza una densità sospesa a pochi centimetri dal cuore. E’ una distanza minima eppure decisiva, il vero e proprio punto di forza stilistico/espressivo di Cibelle, cantautrice cristallina e insondabile, sensuale ed efebica. Un malizioso dissidio da scontare ascoltando.
(7.1/10)
Scheda: Cibelle
Pubblicazione: 01 Gennaio 2003
File under: Nu-Brazil
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