Recensione
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Genere

Folk pop orchestrale

Data di uscita

Aprile 2008

Pubblicazione

07 Luglio 2008

Sigur Rós

Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust

EMI

Parola chiave: Abbey Road. In realtà solo una canzone vi è stata incisa, il resto ha preso vita - previa la coproduzione di Flood- tra New York, Reykjavik e addirittura l’Havana, ma dei mitologici studi londinesi sembra pervasa tutta l'attuale idea pop dei Sigur Rós. Per farsi un'idea della strada percorsa dai fasti del secondo album, basti confrontare due mini suite come la vecchia Ny Battery e la nuova Festival: nella prima sbuffi di geyser e ululati di navi immani, nell'altra un viluppo angelico tra chiesastico e beachboysiano, da quel fascino sismico e brumoso all’attuale raffinata, eterea veemenza. L'enfasi orchestrale come un accidente calcolato sulla fragranza delle voci, delle corde, delle pelli. L'epifania del suono come parte del vivere stesso, l'atto della ripresa sonora come strumento anzi pelle del suono stesso, un suono-vita. Gioco giocato con le dinamiche vellutate e i timbri cremosi di archi (le fedeli Amina) e ottoni, su cui spandere un immaginario di ectoplasmi e perturbazioni elettroniche, retaggio di un antico esotismo ormai precipitato tra gli uomini e in un certo senso - oseremmo dire wendersianamente - bramoso di cielo.

Insomma, gli ex-oggetti misteriosi del pop-rock alternativo sono germogliati sul davanzale del mainstream, fiore sontuoso e fragile che accetta di confrontarsi con idiomi più potabili senza fingere disinvoltura anzi alludendo ad una sublime precarietà. Attori in un ruolo che non gli appartiene, investono di buon grado e senza mezze misure la loro calligrafia e la sensibilità estetica, giocandosela sul terreno dei Coldplay "enianizzati" riuscendo d'amblé a suonare più eniani di loro: sentite la densa impalpabilità di Góðan Daginn e di Suð Í Eyrum, quell'impeto di bambagia e le aureole luccicose, la melodia sobria ma avvolgente come un retrogusto U2 – quelli eniani, ça va sans dire - nella frugale e squillante Við Spilum Endalaust.

C'è anche una brezza tribal-freak che potremmo dire modaiola, soffia forte nel singolo Gobbledigookper poi riaffiorare in filigrana qui e là, ma sembra più che altro un espediente estemporaneo, funzionale al senso di progressiva, ineluttabile contrizione che percorre la scaletta. Cui corrisponde un sempre più intimo abbraccio melodico, come se i Sigur ti avvicinassero le labbra alle orecchie per sussurrati il loro infinito ronzio di consolazione. Se Ára Bátur - ecco il pezzo inciso ad Abbey Road in un solo take con un'orchestra di 70 elementi - ricalca il tipico schema delle loro mini-suite (una lunga dimessa pulsazione, una dolcissima mestizia che si espande sullo sfondo vaporoso, poi l'innesco del crescendo che in questo caso è un mantice d'archi, legni e ottoni tra il pastello ed il barocco), l'accoppiata Illgresi e Fljótavík rimandano al Corgan minimal crepuscolare di Adore, a sua volta debitore del Peter Hammill più quieto, mentre la conclusiva All Alright è un congedo mesto e malfermo che scomoda il Peter Gabriel di Wallflower nientemeno.

In conclusione, abbiamo questa band che è scesa sulla terra ma ancora soffre un magnifico complesso di alienazione. Una band molto ambiziosa ma discreta, romantica nel mescolare bizzarrie avant e languori demodé, pervicacemente aggrappata a un'idea pop che non smette di volersi vivida conseguenza e immaginifico lenitivo della realtà.

(7.2/10)

Scheda: Sigur Rós

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