Un EP dal titolo quanto mai laconico (5 Tracks) e un album battezzato invece con insidioso calembour (Hobo Sapiens),
licenziati in quest'ordine, a poche settimane di distanza l'uno
dall'altro, più che a una strategia commerciale fanno pensare ad un
compromesso imposto dalla Emi, forse spaventata dalla prospettiva di un
doppio cd del già non troppo vendibile ex-Velvet. Ragion per cui mi
piace ascoltarli come fossero una cosa sola, ritratto d'artista di
mezz'età (ad essere generosi) in diciassette episodi.
Certo, è giusto sottolineare qualche differenza: se il mini mette sul
piatto una tensione sbrigliata e compatta, il passo elastico tra
ficcanti intuizioni d'arrangiamento, il long playing (che bello
chiamarlo così) mette a dura prova le tessiture stiracchiando qui e là
qualche maglia (sa un po' troppo di laboratorio flaminglipsiano Archimedes, pare un delirio Blur avariato Letter From Abroad). In entrambi tuttavia si muove un'ispirazione entusiasta e sapiente.
Cale scrive, architetta, suona, fa quasi tutto da sé appoggiandosi come
non mai alle macchine, fidando sul potere oscuro e incantatorio dello
studio di registrazione. Il suo merito principale è di aver saputo
dominare questa situazione con naturalezza, con solenne savoir faire,
con generosità mai tronfia, senza giammai scivolare in tentazioni
auto-agiografiche o trendiste (come invece avviene purtroppo - e fin
troppo - al quasi coetaneo Bowie).
Un palinsesto dunque che alterna tinte altere (quella Caravan che sembra i Massive Attack in estasi gospel, quella Over Her Head che fa idealmente incontrare Mark Lanegan e Brian Eno, o quella Verses che sembra un David Sylvian downtempo) e disinvolte (il folk rock alla Steve Wynn di Things - poi trasfigurato technofunk in Things X - oppure l'escursione nu jazz di Look Horizon), vagamente stranite (l'ossificazione reggae di Chums Of Dumpty, le composite deviazioni waitsiane di Waiting For Blonde) e solari (il kraut-pop liofilizzato - con un piccolo aiuto di mister Eno - di Bycicle, o il saltellante jingle jangle - con tanto di finti found voices cinematici in italiano - di Reading My Mind).
John l'affilato è addirittura impagabile quando omaggia René Magritte in - pensate un po' - Magritte (una suggestione serrata d'archi, ritmiche cupe, voce colta ai margini di un delirio) e addirittura Ezra Pound in E. Is Missing(elettroniche liquide, felpate, pulsanti, chitarre in vena di sogni & carezze) senza spendere un centesimo di retorica snob (come invece talora capita al vecchio sodale Lou Reed). Sa essere convincente in quel rigurgito new wave (versante Talking Heads o primo Peter Gabriel) con ectoplasmi surf e piglio noise (leggi: Flaming Lips) che risponde al nome di Twilight Zone, e perfino toccante quando in Wilderness Approaching - dalla soundtrack di Paris, film del regista angloiraniano Ramin Niami) si affida al vocione perentorio, ad un piano snervato e a poco altro che non sia il cuore.
Una collezione dunque di suoni complessi, strutturati, curiosi. Ma freschi come una pioggia di foglie in autunno, tra colori come pagine di ricordi, nell'inquieta serenità del vivere dentro ciò che fuori non è (più) dato. Senza il peso di un passato troppo grande da sopportare. Tirando le fila di un presente certo non altrettanto glorioso (come potrebbe?) eppure vivo come non mai.
(7.5/10)
Scheda: John Cale
Pubblicazione: 01 Gennaio 2003
File under: Pop
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