Recensione
Pane Pene Pan Bugo
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Folk Voti redazione e staff

Bugo

Pane Pene Pan

Bar La Muerte

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Pane, pene, pan è quello che sembra: una serie di demo, provini, briciole di canzoni (c’è anche una minimalista Vorrei avere un dio) a sottolineare la veste rustica del Bugo. Poche sorprese per chi ha già ascoltato le sue opere maggiori, ma dal momento che una delle caratteristiche di Cristian Bugatti, correlata alla sua prolificità, è la capacità (fortuita?) di inserire gemme dove meno ce lo si aspetterebbe, qualcuno potrà anche restare sorpreso dal western rock di Fa caldo, fanculo, dalla caciara a bassissima fedeltà di Mio morbido letto, da ballate pigre e carezzevoli come Cibernetico e Assorpresa, dallo spleen domestico di Universo e A chi medita sulla tazza, episodi insolitamente cupi.

Le influenze del cantastorie (lo possiamo definire così?) novarese ci sono tutte, in nuce, ma solo più in là si svilupperanno concretamente: l’amore per il rock classico americano, lo sposalizio con il lo-fi, l’infatuazione per il rap, la fissa per i suoni elettronici (rigorosamente “poveri”). I testi sono fedeli a quell’epica del quotidiano, dissacrata e demente, che lo ha reso famoso: “Gastroscopie/di quello che verrà/fotografie/di cera morbida” da Gioconda, poi tutto il talkin’blues de Le belle ragazze e l’esemplare saggezza di Non dovrei scrivere il titolo, una cantilena sciorinata su unico giro di chitarra. Sono ventiquattro i pezzi contenuti nel cd, dei quali otto strumentali numerati (295, 805, 851, e fermiamoci qui) che lasciano il tempo che trovano, fra giochini elettronici, nastri al contrario e rumorismi indecenti. Un disco molto acerbo, ma a tratti davvero spassoso

(6.0/10)

Scheda: Bugo

Pubblicazione: 01 Gennaio 2000

File under: Folk

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