Con l'opera seconda, i British Sea Power dimostrano quanto meno di aver capito l'antifona. Perciò asciugano il pennino e tentano di sfrondare la calligrafia, dirigendosi con una certa risolutezza verso forme pop di chiara ascendenza new wave che non scorda il tiepido imprinting del folk-rock. Operazione opportuna, giacché il talento in fase di scrittura e interpretazione non è di quelli che titillano le valvole: la statura è decisamente media, con qualche lasca impennata e vaste planate di banalità, al cospetto delle quali anche la più piccola ambizione rischia di apparire velleitaria.
Con un po' d'impegno e fortuna potrebbero ritagliarsi il ruolo di Coldplay più diafani, ma di Chris Martin e soci non possiedono certo il tocco da Re Mida che fa d’ogni (melo)dramma un’istanza catchy (vedi al proposito come mulina a vuoto il pop-folk di Be gone, tra goccioloni radi di piano e un impalpabile lavoro di synth). Al più potrebbero intercettare la curiosità di quanti hanno amato la versione più frugale di certi New Order, come suggerisce il gracidio aereo di corde in It ended on an oily stage e la sbrigliatezza wave di Oh Larsen B.
In queste ultime tracce s'intravede oltretutto il fantasma dei troppo e troppo presto dimenticati Psychedelic Furs, presenza evidente nell'estasi fioca del canto (quasi un Richard Butler fanciullo) e nell’algido languore diluito come veleno in ogni spunto melodico, maggiormente in quella Like an honeycomb dal chorus troppo legnoso per le toccanti promesse dei versi.
Potremmo poi dire dell’ectoplasma polveroso Grant Lee Buffalo (soprattutto tra le ugge in crescendo di Nort hanging rock - organo, piano, slide…), o del pop-boogie imbastardito new wave di How will I ever find my way home?, oppure ancora dell'inezia synth rock tra enfatici struggimenti da hard discount di Please stand up.
Tutto ciò e altro potremmo dire, per poi immancabilmente sottolineare la sensazione di modernariato che batte in testa, d'abiti che quando non sembrano obsoleti calano frusti, d'una sincera passione che si accontenta di tendere soltanto verso la forma, mai davvero compiuta né incisiva, bozzetti dal fascino intuibile ma poco fruibile. Si spiega (anche) in quest'ottica la scelta di porre True adventures in chiusura, col suo incendiarsi e sciogliersi tra profluvi orchestrali (coagulo d'archi, chitarre, percussioni, tromba e piano) e incedere da ballad malinconica, periferie e cieli grigi squarciati da feedback, la suadente inquietudine come dei Belle and Sebastian contagiati da angosce Sigur Ros.
Ecco, i BSP sono un grande “potrebbero”. Perché hanno la sensibilità nelle corde, nelle dita, forse anche nell’anima. Manca forse – ahimé - l’ingrediente decisivo: una fervida dannazione, lo sguardo che plasma e squarta, un impalpabile delirio, lo sberleffo supremo, quella tenerezza invincibile, il verme che scava. Una tra queste cose o altre del genere. Non c'è, e non s'inventa.
Giovani e appassionati, certo che sì. Non per questo – non per forza – interessanti.
(5.6/10)
Scheda: British Sea Power
Pubblicazione: 01 Gennaio 2003
File under: pop rock
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