Ascoltare Bowie – quella voce come un caleidoscopio di maschere, icona
cui è negata la possibilità del semplice manifestarsi - che
torna a calpestare sentieri rock piuttosto ordinari (come già a dire
il vero anticipava il precedente Heathen), beh, è un'esperienza
spiazzante. In primo luogo perché non è chiaro quanto al rocker
ex Ziggy Stardust, Aladdin Sane, Duca Bianco etc. interessi
potersi esprimere in purezza, e non piuttosto giocare a fare il duttile con
tutto il bagaglio di leggenda che si porta dietro. In secondo luogo perché
in fondo potremmo anche fregarcene, se i risultati fossero all’altezza
di certe aspettative. E non lo sono.
Se la jungle aliena del periodo Outside consentiva quantomeno
di apprezzare in Bowie le virtù catalizzzatrici di ingegni avant, con
quest’ultima incarnazione sembra voler offrire antologia di sé,
con tutti i difetti tipici delle antologie: è didascalico, esegetico,
approssimativo.
Dalla prima all’ultima traccia si può percepire - come un rumore
di fondo - la sensazione palpabilissima di chi lavora al di sotto delle proprie
possibilità, di chi si mette in gioco superficialmente, oltretutto
con l’aria di chi ci fa un gran favore facendosi un po’ di torto:
e non per calcolata sufficienza, ma perché intimamente convinto di
aver già dato prima e meglio, di aver scalato cime ben più alte
che neppure c’è bisogno di stare a ribadirlo (e su questo, beh,
come non essere d’accordo?).
Il problema è che gli undici pezzi - quattordici se consideriamo il
bonus cd – mettono in fila muscolarità wave-glam, farragini elettroniche
e abbandoni soul-jazz impegnati a riscattare melodie non proprio brillanti
(She'll Drive The Big Car), a tratti scontate (Looking For Water)
per non dire scadenti (Fall Dog Bombs The Moon). Comprensibile ma disarmante
quindi che si ricorra alla rifrittura del repertorio (Never Get Old
sembra Fame rifatta dopo una telefonata a Brian Eno) per ispessire
l’esile trama. Ed è difficile non provare fastidio per l’inconcludenza
di episodi come Days, reggaettino rimagliato Kraftwerk che sembra
unicamente rispondere all’esigenza di “arieggiare” il programma.
Neppure intervengono a consolarci le auspicabili mirabilie della confezione:
vedi il caso della chitarra flamencata - puro sfoggio d'arrangiamento - che
d’un tratto spiove nel finale di Pablo Picasso (già, si
tratta proprio dell’angoloso ordigno Modern Lovers, una delle
due cover presenti in scaletta, l’altra è un ossequio a Gorge
Harrison - Try Some Buy Some – tra il pomposo e lo snob),
o la decadenza frusciante di Bring Me The Disco King (i Cousteau
– che pure a Bowie devono moltissimo - rifatti con la legnosità
di un Cave), o il valzer lento vagamente Black Heart Procession
di The Loneliest Guy (dai versi un po’ troppo simili alla Black
Cherry di Goldfrapp): tutta roba del tipo "guardate cosa sono
in grado di fare dopo sette lustri di onorata e genialoide carriera".
Eggià, guarda cosa è in grado di fare…
A proposito di carriere di lungo corso, giusto sottolineare che a sovrintendere
il tutto c’è l’antico compagno d’avventure Tony Visconti:
non faccio fatica a immaginarlo, col suo sogghigno compiaciuto tra un muretto
di suono e l'altro.
Abbiamo detto due cover, ma in realtà sono tre, perché nel cd
bonus troviamo una Rebel Rebel che è rilettura pacificata e
compiaciuta ai limiti del lezioso di uno dei tanti cavalli di battaglia dell’uomo-che-cadde-sulla-terra:
trattasi di auto-apoteosi straripante savoir faire, una spolverata all'album
delle fotografie “vedi quanto ero giovane allora ma in fondo lo sono
di più oggi”. Insomma, un po’ insulsa un po’ trucida
esegesi sonora in passerella d’alto bordo.
Potrà sembrarvi un giudizio poco oggettivo per non dire risentito,
ma davvero non mi viene di fare altrimenti. Come potrei negare la forza e
la persistenza di quei dischi (sapete quali) capaci ancora oggi di ficcarmisi
sotto pelle e strapazzarmi i pensieri? E come non avvertire l’eco di
tanto voluminoso passato che scientemente attraversa le canzoni di Reality,
le pervade come una sorta di mistico lasciapassare per la mente (il portafogli)
della nutrita clientela?
David Bowie Spa, signori miei. Ecco il punto. Persona non più fisica
ormai, società anonima che può ben permettersi di tenere in
poca considerazione la realtà (come recita nella rabbiosa – rabbiosa?
- title track).
Da parte mia, il minimo sindacale di ascolti per vergare queste righe. Non
uno di più.
(4.0/10)
Scheda: David Bowie
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