Se lo avessi avuto tra le mani l’anno scorso, fresco di pubblicazione, sarebbe stato, senz’altro, tra i miei dischi preferiti del 2007. Ma si sa, a volte i dischi, anche quelli belli, si perdono nei meandri della promozione e sfuggono, paradossalmente, proprio a chi ne vorrebbe tessere lodi. E capita anche che, nell’era delle comunicazioni iperveloci e della pubblicità selvaggia, un lavoro della portata di Force Of Light resti accantonato (e di conseguenza, sottovalutato), salvo poi rispuntare all’attenzione per motivi extra-musicali (un tour imminente, una notizia di cronaca).
In Italia, il terzo capitolo della saga Barbez è passato quasi inosservato (non certo per una questione qualitativa), ma ad un anno di distanza dalla sua pubblicazione, conserva ancora intatta la sua freschezza, preparando il terreno al tour europeo della band di Dan Kaufman.
Per chi ha seguito finora le gesta del musicista newyorchese, Force Of Light si presenta come qualcosa di assolutamente nuovo. L’abbandono della cantante Ksenia Vidyaykina e il passaggio dalla Important Records alla Tzadik, rappresentano un cambiamento radicale per la musica di Barbez, nata dalla passione per Kurt Weill e Bertold Brecht e sviluppatasi nella direzione di un progressive rock costruito sul cabaret e intriso di cultura ebraica. Privarsi della voce della Vidyaykina, ha significato, per la band, abbandonare una delle sue caratteristiche più distintive, un elemento essenziale quanto ingombrante, che si è portato dietro, inevitabilmente, la necessità di rivedere molti dei parametri della propria musica, a partire dalla struttura dei brani. Non è un caso che Force Of Light sia un album interamente strumentale, se si eccettua la presenza di una voce femminile che recita i versi di Paul Celan, il poeta ebreo al quale è dedicato il disco. Versi che, come una sorta di didascalia, introducono i vari brani, i quali si sviluppano dalla poesia come se ne fossero una sorta di commento. Ma una riflessione sulla poesia di Celan, artista che ha vissuto e narrato l’Olocausto, diviene, per forza di cose, anche un ricordo della sofferenza degli ebrei durante la seconda guerra mondiale e il periodo della “soluzione finale” voluta da Hitler. La musica si fa introspettiva, riflessiva, decisamente più intima rispetto ai lavori precedenti della band (Barbez e Insignificance).
Gli echi di flamenco di Shibboleth, le tensioni ritmiche della Title Track, il lento scorrere dei quasi 15 minuti di Conversation In The Mountains, trasudano tristezza, malinconia, ma evidenziano anche la ricerca di una calma interiore che si spezza solo nell’ossessivo ripetitivismo di The Black Forest, una sorta di intermezzo, che rompe la quiete, l’alone di morte che avvolge la poesia di Celan. "Oaken door, who lifted you off your hinges? My gentle mother cannot return", recita la voce di Fiona Templeton in Aspen Tree e d’improvviso si materializza musicalmente il fantasma della madre del poeta, uccisa dalla pistola di un ufficiale nazista. L’atmosfera si fa più cupa.
Ad un tratto, mentre i vibrafoni, i violini, il theremin e la chitarra di Kaufman, stendono veli di tristezza, disegnando lacrime sulla sezione ritmica, tutto comincia a spegnersi come in una lenta agonia, insieme al corpo di Celan, che alla sopravvivenza scelse il suicidio, dopo aver scritto il suo proprio epitaffio: "Laden with reflection with the sky beetles, inside the mountain/ The death you still owe me, I carry it out."
(7.7/10)
Scheda: Dan Kaufman
Pubblicazione: 01 Gennaio 2008
File under: Art Rock
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