Recensione
Halo Inside (Come la luna) Honeychild Coleman
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crossover pop rock Voti redazione e staff

Honeychild Coleman

Halo Inside (Come la luna)

Matteite

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Inizia come una cuginetta arguta di Erykah Badu invalvolata della Bjork altezza Enjoy, prosegue concedendosi fregole indie-rock e strali drum'n'bass, quindi armeggia dense congetture dub, devozioni post-wave e setosi impasti folk-soul come se nulla fosse. E' il debutto solista di Carolyn "Honeychild" Coleman, versatile artista originaria del Kentucky ma cresciuta tra spasmi punk e club culture nel calderone newyorkese (non stupisce trovare tra le sue frequentazioni i cari Tv On The Radio), dove ha fatto la busker nella metropolitana e la dj, ha dato vita ad una band "afropunk", ha strapazzato allucinazioni videoartistiche e organizzato festival, finché non ha incontrato Matteo Dainese, già batterista per Ulan Bator, ed è una specie di colpo di fulmine artistico.
Il nome della Coleman compare tra i credits di Feed the Dog (Matteite / Venus, 16 febbraio 2007), album di debutto di Dejlight, band allestita da Dainese col bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti Enrico Molteni. Assieme a Matteo Carolyn abbozza l'ipotesi di questo Halo Inside, che vede oggi finalmente la luce. Album che come dicevamo esplora le sfaccettature espressive della ragazza col turgore e la flemma di chi la grinta l'ha smerigliata in prima linea e sa bene come ci si muove a cavallo tra underground e popular. Buona anzi buonissima la prima: grazie ad una scrittura capace di esplorare con sagacia e disinvoltura le forme in gioco, ad una produzione (dell'italianissimo Max Stirner, al secolo Emanuele Fusaroli) che bilancia preziosismi e misura, ad un variopinto parterre di ospiti che porta in dote magia senza invadere la scena (oltre a Dainese, ci sono tra gli altri The Mad Professor nella fragranza dub di Your Idea Of Time, un ottimo Jim “Natureboy” Kelly nella palpitante Never Goin' Home Again e Robyn Gutthrie nientemeno nell'etera December).
Ma l'ingrediente segreto che tutto avvalora è il piglio di Honeychild, ovvero la sua voce e il modo in cui la usa per rilasciare un'idea costante di soul stemperato, smorzato, in agguato tra suggestioni estrose e astruse, siano il funk-jazz torvo à la Morphine di Torch Song, sia il folk-psych ombroso della stupenda Molassess, sia la pop-wave trafelata e sognante di Inside, sia soprattutto la techno-funk evoluta di Headlock.
Divertente, intrigante, insidioso: un esordio notevole.

(7.4/10)

Pubblicazione: 01 Febbraio 2009

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