Recensione
The Felice Brothers Felice Brothers (The)
Cover image
americana Voti redazione e staff

Felice Brothers (The)

The Felice Brothers

Team Love

Bookmark and Share Gallery

Capita, è capitato, capiterà ancora. Capiterà sempre. Che un guizzo di tradizione Americana (folk, blues, swing...) s'incarni in una situazione contemporanea, di cui senti con chiarezza la forza, l'estro risaputo ma necessario delle cose maturate a contatto con la vita vera. Simone, James e Ian Felice da Catskill, stato di New York, misero assieme la band come uno scherzo della passione nel non troppo lontano 2006, finendo per fare i busker nella metropolitana della Grande Mela, cogliendo apprezzamenti e strappando entusiasmi che li portarono di lì a poco ad un tour in terra d'Albione, laddove licenziarono per la Loose Music il debutto Tonight At The Arizona (2007). I pochi che hanno avuto il privilegio di ascoltarlo (tipico caso di distribuzione a singhiozzo) ne sono usciti elettrizzati, una di quelle scariche valvolari d'una volta, che non lasciano in pace nessun nervo o capello. Le esibizioni live, alcune prestigiose come al Folk Festival di Newport, ribadirono il concetto.
Ed eccoci a questa sorta di secondo debutto, giustamente omonimo, per la Team Love Records. Un gran disco, quindici pezzi in cui l'estro roots sprizza uno sghembo, irresistibile vitalismo, come una scorribanda Tom Waits nella famosa cantina della famosa Casa Rosa, con Dylan e i ragazzi della Band felici di impastare ebbrezza e arcaicismi, smarrimento ed eccitazione, sacro e profano. Rag dinoccolati nella taverna dei buoni sentimenti alcolici, tenerezze country, storie spietate e impietose, violini e fisarmoniche, pianoforti e banjo, il conforto sbruffoncello della sezione fiati, voci che ammiccano, sproloquiano, ti consolano e si consolano.
Canzoni come agili liturgie sconsacrate, gravi e asprigne come la stupenda Helen Fry, argute e struggenti come Greatest Show On Earth (venata di infingarda flemma Lambchop), colme di indomita apprensione come Murder By Mistletoe (di quelle ballad che Grant Lee Phillips non ci regala più da tempo), trascinanti e scombiccherate come Frankie's Gun!, languide e distese  come Don't Wake The Scarecrow. E lì in mezzo Goddamn You, Jim, a fungere da formidabile anomalia, con la sua gravità degna dei Low più funerei.
Certo, siccome la veridicità è un lusso che la finzione non sempre può permettersi, capita di avvertire un vago senso di artificio, di inevitabile edulcorazione, un po' come accadeva con gli I Am Kloot (ex busker pure loro), se ricordate. Ma, vi assicuro, non è un prezzo caro da pagare.

(7.3/10)

Pubblicazione: 01 Febbraio 2009

File under: americana

| Archivio
Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2009)

Rss
copertina pdf #91