Marco Parente è Marco Parente, prendere o lasciare. Non c’è modo di stare in mezzo, di arrivare a un compromesso. Il trasporto, le sconfitte, le virtù, il cantato attorcigliato su se stesso peggio di un capitello corinzio, le attese e i rilanci, le incertezze e il candore, l’intransigenza e il piacere di fare musica per la musica, la poesia: una proposta quella dell’autore fiorentino d'adozione che quando non raccoglie entusiasmi e riconoscimenti viene accusata di essere ostica, magari fraudolenta, talvolta eccessiva, logorroica e accessoria, ricca di sfumature ma dispersiva.
I gusti sono gusti, e non saremo certo noi a negare una verità sacrosanta come questa. Certo è tuttavia, che non si può non dare atto al musicista di essere uno che ha il coraggio di osare, di fare scelte difficili. Come quella di abbandonarsi alle orchestrazioni jazz de L’attuale giungla dopo aver conquistato larghi consensi con un disco fondamentalmente pop come Trasparente o magari far uscire nel giro di pochi mesi due CD dallo stesso titolo ma diversi per contenuto.
E’ così dunque, che ci ritroviamo a parlare di Neve ridens 2, parentesi conclusiva del progetto discografico omonimo. Un’opera che pur rimarcando il vincolo di parentela con la prima puntata grazie ad una certa continuità estetica, muta strutture piuttosto imbrigliate dai lacci della forma canzone in varietà umorali sfumate. Il disco parte in sordina, attutito dal candore delle atmosfere rarefatte e quasi impercettibili di Neve, per poi guadagnare in intensità e spessore con lo scorrere dei brani in scaletta: Michelangelo Antonioni è Caetano Veloso tra lentezze sognanti e leggere accelerazioni orecchiabili, Amore Cattivo è un difficile affastellamento strumentale che porta ad un’esplosione finale di chitarre e ottoni, Neve Ridens è il brano destinato alla RAM di ogni fan dell’ultima ora ricco com’è di ritmiche trascinanti e gospel alla Antony & The Johnsons. Uno zenith emozionale quello della title track che rappresenta il giro di boa dell'album, da quel momento in caduta libera verso una semplificazione formale spesa tra la voce-chitarra-batteria di Gente in costruzione, le complesse staticità di Ascensore inferno piano terra, le geometrie minimali di 30 secondi di vento e la voce-ukulele di Vita Moderna.
Positivo il giudizio finale. Una riflessione direttamente connessa alla qualità di una musica che pretende un confronto reale e una comprensione costante.
(7.6/10)
Scheda: Marco Parente
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