Che Michael Gira avesse un fiuto infallibile e una predilezione per certe sonorità rétro e arcaiche era cosa già ampiamente dimostrata dall'exploit di Mr. Devendra Banhart, ma che addirittura la sua maniacale dedizione per la musica lo spingesse a salvare dall'oblio una Lisa Germano certo non di primo pelo e per di più fuori dal trend contemporaneo delle riscoperte (che allo stato attuale sembrano ancora non interessare i '90), assomiglia proprio ad una delle storie melanconiche su cui la cantautrice ha costruito la sua poetica.
Il feeling tra i due era iniziato con Lullaby For Liquid Pig, con un Gira che aveva tentato fino all'ultimo di poter pubblicare il disco su Young God. Riesce quindi ad averla vinta con questo In The Maybe World e a scritturare finalmente Lisa Germano sulla propria etichetta. Ma come si spiegano un simile attaccamento e un entusiasmo decisamente sopra le righe? Ce lo dice lui stesso: "Sono stato un fan della musica di Lisa per anni. Le sue canzoni sono incredibilmente vive e spesso straziantemente belle. E' una grande autrice di testi e cantante ma anche una multi strumentista estremamente talentuosa".
Ok. Sta sostanzialmente cercando di vendere un suo prodotto, ma certi toni entusiastici si commentano semplicemente per quello che sono: sincere attestazioni di stima. E allora il nuovo disco ripaga con la merce di cui sono fatti i sogni... della Germano, qualcosa che è sempre pronto a mutarsi in tragedia o viceversa a scherzare ironicamente sui lati bui della vita. Che il disco in questione abbia come tema dominante "la morte e la sua accettazione" si ricollega direttamente a vicende personali. In The Maybe World è il disco del "risveglio" dopo l'abisso depressivo in cui la Nostra era sprofondata con Liquid Pig. Il disco è stato prodotto nuovamente in solitaria, tra le mura della propria casa e solo successivamente rinvigorito con gli effetti architettati insieme a Jamie Candiloro e ai contribuiti di Johnny Marr, Sebastian Steinberg e Joey Waronker. La tonalità è la stessa del disco precedente, ma le melodie sono più pronunciate e meno abbandonate nell'etere. Lo dice subito la classicissima Too Much Space, che muove lenta e avvolgente fino alla chiusura finale con voce espansa. Tutta la prima parte del disco ha il cuore rivolto al passato ed è sostanzialmente omogenea. La sinistra ballata In The Land of Fairies spezza l'idillio e comincia ad agitare le acque. Il dispiego dell'armonia è di rara eleganza, fino al riverbero della seconda strofa che altera il suono.
Questo disco e Lullaby For Liquid Pig sono lavori in qualche modo gemelli, sebbene dagli umori opposti, e condividono un approccio alla produzione forzatamente solitario, quasi lo fi. Questa volta, la pesantezza minimale degli arrangiamenti toglie parecchi punti alle melodie. Un maggior dispiego di mezzi in sede produttiva avrebbe senz'altro giovato a brani come Moon In Hell e Into The Oblivion. Per il resto, certe cose sono così personali e autografe, che sarebbe impossibile immaginarle da parte di chiunque altro: il carnevale onirico della title-track che chiude sui toni gotico burtoniani di un Danny Elfman; la coda folk di Into Oblivion, quella lunare in punta di carillion di Moon In Hell o il cinguettio che accompagna Golden Cities ("una canzone scritta da Miamo-tutti", il gatto che cantava su Excerpts From A Love Circus); il valzer che trafigge al cuore di Red Thread (una love song delle sue: " Go to hell, fuck you, I love you") e l'austera e struggente ode a Jeff Buckley di Except For The Ghosts.
Fa una certa tenerezza notare come ormai giunta al settimo disco ufficiale, e dopo averne passate di tutti i colori con la distribuzione e il mondo del music business, Lisa Germano non abbia ancora capito come fare a confezionare un disco - anche solo vagamente - ruffiano. In The Maybe World è un altro lavoro che si concede lentamente, lontano dalla fretta attuale e che sedimenterà negli anni, come tutta l'opera dell'artista. (7.5/10)
(7.5/10)
Scheda: Lisa Germano
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