Recensione
Sea From Shore School Of Language
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Art pop Voti redazione e staff

School Of Language

Sea From Shore

Thrill Jockey

Dirò una banalità: dopo Towns Of Town dei Field Music, la deliberata scissione del trio in progetti diversi aveva due strade; o fare “qualcosa di completamente diverso”, oppure battere la stessa strada, o una molto simile. Diciamo immediatamente allora che Sea From Shore degli School Of Language, creatura inglesissima di uno dei fratelli Brewis, David, è figlia di Towns Of Town, o, meglio, che non si può che paragonare alla produzione dei Field Music– il che è confermato, nel retro del packaging, dalla scritta “a Field Music production”.

I riferimenti sono dunque quelli citati per la band “madre”, a partire dal “melody making dei cristallini XTC” di English Settlement. Ma qualche cosa di più si può dire, sempre in relazione a quanto già c’è stato, e soprattutto del disco in sé, senza sensi di inferiorità.
Innanzitutto ci accorgiamo del lavorìo del newwaver David Brewis sul mattoncino principale del rock, cioè il riff (Marine Life), centro nevralgico del disco. Al posto delle progressioni dei FM, quello che si ascolta in Sea From Shore è anche – sembrerà una contraddizione in termini – una sorta di lo-fi Novanta del tutto ripulito e reso hi-fi (Poor Boy), ma con un lascito nella scrittura delle parti musicali, necessario contraltare ai barocchismi vocali. Ci si accorge di tale ascendenza alzando il volume, perchè la parte elettrica non si assottigli (come il basso di David in Disappointment ’99, con David Craig e Barry Hyde, altri ex-Futureheads) e le melodie non restino troppo preponderanti. Certo, ci sono anche le ballate, e parrà fuorviante concentrarsi su piccole impressioni quando l’inglesità tradizionale degli SOL è confermata in misura maggiore (Keep Your Water); ma ascoltate la seconda parte di Ships e forse avvertirete una certa impressione, come un viaggio oceanico verso i Built To Spill.

Potrebbe bastare, ma ricominciamo da capo; Sea From Shore è pure la messa in musica di una parentesi – che (rivelazione finale) da sola vale il disco. Bisogna spiegarsi; le canzoni vere del disco, da Disappointment ‘99 a Extended Holiday, sono infatti incastonate in una sorta di suite interrotta e poi ripresa che è il ciclo in quattro parti di Rockist, fatto di – ancora – un riff e temi melodici che si appiccicano nei neuroni e riemergono in un buon 80% delle passeggiate seguenti dell’ascoltatore; e, idea nell’idea, di un loop ritmico-melodico fatto di una manciata di vocali recitate e messe in variazione per velocità e volume. Chiusa parentesi.

(6.9/10)

Pubblicazione: 02 Febbraio 2008

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