Recensione
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Genere

avanguardia

Data di uscita

Gennaio 2004

Pubblicazione

01 Gennaio 2004

Uncode Duello

Self Titled

Wallace Records

Un insieme di note strappate al silenzio ed assemblate sapientemente col fine di veicolare frammenti spigolosi di emozioni, destrutturare rassicuranti consuetudini, sdoganare inusuali riflessioni. Uncode Duello non è altro che l’ennesima creatura di Xabier Iriondo e Paolo Cantù - ex Afterhours, ex Six Minute War Madness, ex Tasaday, ex A Short Apnea -, artisti che nel tempo hanno abituato il proprio pubblico ad una formula musicale libera da schemi e che non rinunciano, anche in questa occasione, a proseguire nella stessa direzione.

Questa volta, abbandonate le dilatate evanescenze a nome A Short Apnea, se ne escono con 13 cavernosi strumentali sulla breve distanza dai toni poco rassicuranti.
Tra rumori di fondo e vociare confuso, lamenti strazianti e campionamenti diffusi, emerge l’anima del disco, divorata da fendenti di chitarra che ritagliano dolenti nevrastenie, cullata da fiati allusivi che odorano di free jazz, resa palpabile da accenti sonori d’ambiente e schizzi sparsi di batteria. I brani – rari i casi in cui superino i cinque minuti – sono strutturati come brevi capitoli di un progetto sonoro che vuole dare un volto alla realtà in cui viviamo, con la confusione, l'angoscia, il cinismo che la pervade.
Il disco spazia dal jazz colemaniano di Free steps all’inno "lisergico" di Turnontuneindropout – questa volta la massima frutto dell’ingegno psichedelico di Timothy Leary sottintende il sintonizzarsi col caos circostante– dal levarsi angosciante de L’alba del disagio alle rimembranze vagamente pinkfloydiane – quelli di Astronomy Domine – di Debut rescue, dall’inesorabile scorrere inverso di Soundtrack for UD alle atmosfere rarefatte di Finale. Il tutto, nonostante sembri frutto di soluzioni strumentali estemporanee, mostra sottopelle una tendenza al perfezionismo, che preme perché ogni dettaglio sia strettamente connesso all’altro, nell’ottica di un suono che proprio dai dettagli trae la propria ragion d’essere.
Cantù e Iriondo riescono così a sintetizzare un sentire che mostra un fascino sottile, capace di prendere per mano l’ascoltatore e di guidarlo con attenzione in un labirinto di suoni. Per un’opera inquietante, beffarda, maniacale, corruttrice ed intrigante, che ha il poco rassicurante merito di somigliare ad una sorta di concept sul mondo moderno, dalla sua nascita passando per il decadente declino fino all’inevitabile finale.

(7.7/10)

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Fabrizio Zampighi
Fabrizio Zampighi (Album 2004)