Recensione
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Genere

folk-psichedelia

Data di uscita

Gennaio 2001

Pubblicazione

01 Ottobre 2005

Father Murphy

Self Titled

Madcap Collective

Laboratorio immaginario in cui convergono idee musicali antitetiche, prontuario del self-made e della creatività casalinga, piccolo gioiello indie dalla spiccata leggerezza pop.
Definizioni irrimediabilmente fantasiose quelle appena citate, che pur delineando per sommi capi il contenuto di questo Father Murphynon ne giustificano la ragion d’essere, pur circoscrivendone l’ambito semantico non offrono una panoramica sufficientemente chiara dei variopinti umori presenti al suo interno.
Sarà forse per il lessico sfuggente o l’approccio poco ortodosso, le differenze formali o le intuizioni destabilizzanti, ma il primo episodio discografico del gruppo trevigiano ci pare musica di difficile classificazione, minimale e sintetica al tempo stesso, a fuoco e nel medesimo istante dispersiva, vaneggiante e in ugual misura familiare.
Una familiarità che sfrutta il quattro quarti e le chitarre acustiche di Trigger per costruire un sentito omaggio al taglia e cuci beckiano, gli accordi sghembi di Nothing Wrong per rinverdire i fasti dell’arte visionaria di Syd Barrett, il violino di Sunset 11/8per navigare sulle placide acque del folk più minimale, le ruvidezze sperimentali di Rollercoaster per scoprire un’improbabile convivenza tra i Brian Johnstone Massacre e i 13th Floor Elevator.
Ciò che emerge dalla musica scalpitante del gruppo è un mix di melodie gradevoli e handicap razionali, frammenti convenzionali e spigoli improvvisi, un potpourri di espressioni capace di donare ad un viso grottesco, e dai tratti somatici inquietanti, il fascino sottile dell’incongruenza.
I Father Murphy riassumono in otto brani il proprio background musicale spremendolo fino alla buccia, riordinano intuizioni a prima vista inconciliabili per ricavarne musica, col fine di ottenere un disco legato al cordone ombelicale di un’infanzia ormai lontana ma tutt’altro che ingenuo, piacevolmente caotico e foriero di grandi promesse.

(6.5/10)

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Fabrizio Zampighi