Non è un paese per vecchi e la fine è vicina, per questo abbiamo
bisogno di qualcuno che ci spieghi che non ce la faremo, che nessuno
uscirà vittorioso col destino. Ormai i cattivi profeti non esistono
più, piegati nel peggiore dei casi alla metodica macchina del sistema
(Nick l’impiegato, Tom l’attore). Chi davvero aveva le stimmate è
giustamente morto (Cash). I giovani leoni hanno dimostrato di fare molta scena essendo sensibili al fascino indiscreto delle donne (Lanegan).
Ormai i veri cantautori dell’apocalisse si contano sulle dita della
mano: Woven Hand, Michael Gira e… Steve Von Till e Scott Kelly. Gente
con una storia ben chiara scritta sul volto e una visione terribile che
gli serpeggia tra le dita. I due Neurosis escono fuori dalla tranquilla
(…) risacca della band e si gettano a peso morto sull’arida sabbia
delle prove soliste. Ciascuno con il suo modo, la sua scrittura, il suo
piglio, le sue parole, ma con la stessa voce affondata qualche km sotto
il catrame polmonare di un miliardo di sigarette. Kelly è nudo e crudo.
Senza appello. Lui, la chitarra e niente più. The Wakeè un lavoro ostile nel suo minimalismo forzato e senza vie di fuga, ma
spesso trova la giusta via melodica che evita a malapena di farci
morire tutti asfissiati. Steve Von Till è al contrario molto più
raffinato. Giunto al suo terzo disco solista, aggiusta il tiro,
alleggerisce la forma per quel poco che gli è possibile e azzecca il
disco giusto al momento giusto. Anche qui ci sono un paio di cover:
un’aggraziata Clothes Of Sand di Nick Drake, la supermalinconica Willow Tree di Mickey Newberry, una strepitosa versione di The Spider Song di Townes Van Zandt e la strana Promises di Lyle Lovett. I brani autografi perfezionano quanto mostrato nel precedente lavoro, con tocchi Angels Of Light quando si incede lenti e grevi verso la sconfitta (A Grave Is A Grim Horse, The Acre, Western Son).
Dei
due, Von Till è certamente quello più abile a porla sul piano della
comunicazione e del dialogo con l’ascoltatore, anche per via dei
preziosi arrangiamenti. In confronto a lui, Kelly è quasi un bluesman
pre-war che si esprime con segni misteriosi e indecifrabili. Per
entrambi un comune sentire, che sa di acredine e disfatta. Con una
colonna sonora del genere quando vedrete qualcuno incappucciato, che
barcolla sotto la pioggia, stringe una boccetta di Jack Daniels in una
mano e infila l’altra sotto la giacca per prendere qualcosa… sappiate
che non sta per prendere la bibbia e farvi una predica. Le prediche son
finite. (7.5/10) a tutti e due, ma il disco di Von Till è sicuramente migliore.
(7.5/10)
Scheda: Scott Kelly
Abbonati al feed di Antonello Comunale