Il tutto ebbe
inizio al numero 77 di Burton Street a Macclesfield il 18 maggio 1980,
l’indirizzo dell’abitazione di Ian Curtis e il giorno del suo suicidio. I
quattro Joy Division avevano già deciso che se qualcuno avesse lasciato il
gruppo per qualsiasi motivo, i restanti avrebbero continuato con un altro nome.
E sempre restando fedeli al loro “senso naif della storia” (anche questo nome
venne ricondotto dai critici del tempo all’utilizzo che Hitler ne fece nel suo
“Mein Kampf”, cosa che avvenne anche per il nome Joy Division sempre inserito
nei fatti perpetrati dai nazisti) assunsero il nome New Order. Da qui in poi un
dipanarsi temporale unico che portò la band di Manchester ad una rinascita
personale e commerciale, che avrebbe fatto perdere loro la stima dei fan della
prima ora per acquisire il seguito di larghe fasce di persone in tutto il mondo
e che ha consegnato agli anni ’80 alcune delle migliori contaminazioni fra
musica di ispirazione pop e (quelle) nuove frontiere dance. In vista della
pubblicazione delle ristampe dei primi cinque dischi, forniamo una panoramica
sulla prima parte –quella criticamente migliore – della loro carriera ormai
trentennale.
Prima di tutto in Power, Corruption And Lies Sumner prende coscienza della propria vocalità e per la prima volta inonda le vibrazioni che fuoriescono dalle casse con il suo timbro post-adolescenziale tendente all’etereo. In secondo luogo la mutazione avvenuta con Temptation diventa fonte di ispirazione su cui costruire numeri di brioso dance/synth-pop (The Village, Ecstasy, 586), malinconiche canzoni da spiaggia a fine estate (Leave Me Alone), meravigliose derive di synth e sequencer in media battuta che marchieranno a fuoco tutti gli ’80 (Your Silent Face, Ultraviolence) e non fosse altro (grazie al secondo cd) per traghettarci in quel manifesto di prima “dance grandeur” che è Blue Monday. Altre chicche risiedono nella ballad languida in chiave synth-pop di Thieves Like Us e nei beat quadrati della poliedrica Confusion. (8.0/10)
Low-Life è l’esternazione completa e matura del senso pop che il gruppo si porterà dietro fino agli ultimi dischi e soprattutto l’episodio riassuntivo e la quadratura di un cerchio electro-pop che sarà cannibalizzato e depredato largamente dalla dance da classifica tutta fino ai primi ’90. The Perfect Kiss è lì a dimostrarlo in tutta la sua fulgida grandiosità: il basso di Hooky come centro attrattivo e un tripudio di synth e chitarre a divagare melodia su beat che sono storia. Love Vigilantes che è canovaccio pop su cui plasmare mille epigoni, Sub-Culture che ha dato un perché al suono dei Pet Shop Boys (e di tanti altri) e This Time Of Night che è bignami di tutto “quel” tipico romanticismo mitteleuropeo. A impreziosire la presenza di versioni “lunghe” e remix dei singoli e una Shame Of The Nation, prima mattonella sulla costruzione del successivo singolo State Of The Nation. (8.2/10)
Brotherhood è stato il Republicdegli anni ’80, ossia i New Order che fanno con un filo di gas quello dove sono diventati più “automatizzati”, cioè la loro dimensione più pop e – se vogliamo – commerciale. Non che questo abbia partorito un album brutto, perché esempi come Weirdo, Paradise e Way Of Lifeveleggiano tutti sopra la sufficienza per via del loro appeal profumatamente catchy, ma è nella malinconia romantica di Angel Dust e nello “strike out” di Bizarre Love Triangle (altro esempio cardine di NewOrder-ismo) che sono ravvisabili le componenti interessanti di un lavoro che si siede sugli allori, compiacendosi. Alza di parecchio il giudizio il secondo cd che contiene l’indispensabile State Of The Nation, un piacevole remix (abbastanza fedele all’originale) del “powerseller” True Faith, il delizioso mid-tempo di Touched By The Hand Of God e il nuovo mix (velocizzato e pericolosamente iperfarcito) di Blue Monday. (7.0/10)
Gli ultimi New Order degli anni ’80 sono quelli che
hanno deciso di radunarsi nel
(7.6/10)
Scheda: New Order
Pubblicazione: 03 Febbraio 2009
File under: post punk - synth pop - electro-pop
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