Recensione
Mississauga Goddam Hidden Cameras
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pop rock Voti redazione e staff

Hidden Cameras

Mississauga Goddam

Rough Trade

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Tornano come una buriana di fine estate gli Hidden Cameras di Joel Gibb, sulla spuma del solito piglio scellerato e farfallone che abbiamo già potuto apprezzare nell’esordio “ufficiale” The Smell Of Our Own.
Di quello ripropone né più né meno la cifra stilistica, arrembando tra galoppate folk-rock e pop da camera (l’impeto di chitarre, archi e fiati di Fear Is On) disseminate di sospensioni enfatiche (la struggente semplicità della peraltro già nota We Oh We: un arpeggio, il velluto in fiamme della voce e un mantice d’archi a riempire il cuore) e quadretti irriverenti (la bucolica contro-liturgia di That's When The Ceremony Starts, tastierine, archi e glockenspiel a zampettare sull'argine di un'onda che accumula energia fino a sporgersi sul punto d'esondazione).
E' bravo Gibb a muoversi su una linea obliqua sciamando tra effusioni ed efferatezze tipo i Velvet più sardonici via R.E.M. (la festosità tirata di I Believe In The Good Of Life) e Beach Boys via Housemartins (quei vocalizzi distesi tra i liquori asprigni di Music Is My Boyfriend, oppure l'orchestra, l'organo e i campanellini esagitati dell'iniziale Doot Doot Plot), senza contare la disarmante propensione alle tessiture vocali caprine sul modello degli ineffabili Bee Gees - è proprio il caso di dire nomen omen, caro Joel - come nella tenerissima costipazione emotiva di Builds The Bone.
Tirando le fila, sembra di avere a che fare con quel pop che nei sessanta s'insinuava nei salotti riempiendoli di sogni sul punto d'imbizzarrire in visioni, e al contempo con la fiera voce dell’outsider (il “diverso”, lo “sfigato”) che rigira la frittata lungo la perigliosa (e squallida, ed elettrizzante, e livida, e formidabile) dorsale degli eighties. Una sapiente compenetrazione di dolcezza e sarcasmo. Una incantevole, seducente mitragliata ai preconcetti mirando al cuore, che almeno da lì si riesca a passare.
Impossibile non voler bene ad un programma così, pressoché vivo di una sola, scattante ispirazione, vario e verace, in grado di soggiogarti con una beffa pseudo-motorik dal titolo I Want Another Enema, di palpare il ventre molle delle epopee a livello del suolo con In The Union Of The Wine, di frinire e pizzicare archi e ugola nella nevrotica /sarcastica B Boy (con qualche rimando a certe ebbrezze Lambchop), di congedarci nel segno di una impagabile ovvietà fifties per jingle di chitarra, piano e basso zuccherino, vale a dire la title-track.
Disco dunque che s’avventura lungo uno sbaraglio sapiente, al limite del calcolato, ma con una freschezza spregiudicata alla quale è dura negare un pezzetto di cuore. E’ insomma il solito sfavillante circo dello strasentito che il pop rock al suo meglio sa elargire, ma anche l’esatto motivo per cui non vuol saperne di stancarci.

(7.1/10)

Scheda: Hidden Cameras

Pubblicazione: 01 Luglio 2004

File under: pop rock

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2004)

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