Recensione
Sumday Grandaddy
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lo-fi rock Voti redazione e staff

Grandaddy

Sumday

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Se era difficile ipotizzare un lavoro all’altezza del predecessore The Sopthware Slump, Lytle e compagni danno l’impressione di non essersi neppure posti il problema. O meglio, scelgono di aggirarlo a bella posta. Sono infatti quasi del tutto svaniti, o comunque parecchio diluiti, i landscapes di madreperla decadente, le obsolescenze polverose. E quei decolli orizzontali col groppo alla gola. E le visioni in apnea come Pink Floyd apatici. E il cigolio scomposto, e la destrutturazione palpitante delle forme in obbedienza ad improbabili, emblematiche storie di robotiche allucinazioni. E lo sguardo allibito rivolto al tempo che sempre più implacabile e rapido macina l’attualità – scenari, abiti, pensieri, automobili, way of life, passioni, hardware & software – rendendola paccottiglia da modernariato.

Tutto perlopiù evaporato alla luce nitida e intrigante di questi dodici pezzi pop, pasturati da un’ironia malinconica che se da un lato rimanda ai sogni opalescenti di Brian Wilson, dall’altra prefigura un senso di minaccia fragile ascrivibile tanto ai Flaming Lips quanto ai Pavement e – of course – al padre di tutti i disadatt(at)i Neil Young. Una discendenza mai tanto chiara, scientificamente perseguita, che si arricchisce di particolari col succedersi degli ascolti, rivelando legami e spolverando le zone d’ombra, sottolineando intuizioni melodiche e soluzioni orchestrali. Come lo stupendo ondeggiare pianistico di Saddest Vacant Lot In All The World, valzer di mestizie masticate sul tramonto di tutte le prospettive, o la gragnola di watt in slow motion che puntella il lisergico abbandono di Yeah Is What We Had, oppure le perturbazioni cosmiche su cui levita l’amarezza in disarmo di O.K. With My Decay.

Maggiormente prevedibili, pur se bagnati da una grazia malsana, gli episodi più “mossi” (alla Crystal Lake per intendersi), in cui assieme alla distorsione frizzantella compaiono le immancabili tastierine giocattolo e/o gli arzigogoli da videogame (Stray Dog And The Chocolate Snake, El Caminos In The West) quando non inserti di archi cibernetici (nella propulsione dell’iniziale Now It’s On). Prevedibilità che raggiunge l’apoteosi nel retrogusto amarognolo di The Group Who Couldn't Say e nella quadratura folk rock di I'm On Standby, comunque riconducibili come tutto il programma ad un ben meditato progetto stilistico-concettuale che avvicina Jason Lytle e compagni al lavoro di Radar Bros e Sparklehorse, anch’essi impegnati nel recupero e aggiornamento di certa tradizione folk psych. A conferma di ciò le due tracce finali – il valzer in apnea di The Final Push To The Sum e soprattutto il trepidante crescendo del ballatone seventies The Warming Sun - aderiscono in pieno ai dettami di psichedelia estatica e angoscia da declino che sottendono i quasi coevi And The Surrounding Mountain e It’s A Wonderful Life.

Superato quindi lo spaesamento iniziale, questa sorta di normalizzazione stilistica sembra un necessario aggiustamento prospettico, uno stare tra le cose del presente con maggiore immediatezza e intimità, quasi a sussurrare un messaggio impronunciabile – il crollo di un sogno, l’autofagia di un incanto - col tono più amoroso, confidenziale, rassicurante possibile. E’ forse un album fin troppo “normalizzato”, con l’intenzione d’esserlo. In quest’ottica tuttavia, piaccia o meno, è il lavoro più compiuto dei Grandaddy.

(6.8/10)

Scheda: Grandaddy

Pubblicazione: 01 Giugno 2006

File under: lo-fi rock

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