Recensione
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Genere

indie pop rock

Data di uscita

Maggio 2004

Pubblicazione

01 Maggio 2004

Hamletmachine

GoodMorningBoy

Urtovox

L'omonimo debutto solista di GoodMorningBoy (anno 2002) convinceva perché nell'applicazione più o meno devota di modelli Mark Linkous-Robyn Hitchcock si potevano chiaramente distinguere segni di naturalezza, lo sforzo di ritagliarsi una dimensione espressiva in via di assestamento, una calligrafia che potesse ben corrispondere alla travagliata personalità dell'ex-Elle.

Con il secondo lavoro lungoHamletmachine il processo può ben dirsi compiuto: i riferimenti "eccellenti" ci sono ancora e lo vedremo, ma si agitano sotto la superficie, sommersi da un malanimo stagnante, da una frenesia senza sbocco, dal fosco nitore di questi impietosi ritratti esistenziali. Tu chiamala, se vuoi, maturità (ma è un azzardo).

Quasi a preparare il terreno, ci pensa l'artwork - curato dalle stesso Iacampo - ad anticipare la svolta "atmosferica": dall'espressionismo fanciullesco e sgargiante dell'esordio si passa all'attuale parata di figure livide e struggenti, dove il nero del buio sembra mangiarsi il rosso dell'inquietudine. Il programma dipana infatti una collezione di ballate tra luci fioche e desolazione, tra romanticismo febbrile e aria viziata, pensieri che sbattono sul muro e uno scanzonato senso di non appartenenza, intanto il mondo fuori una trappola splendente.

Il folk è acido e balzano (l'ebbrezza esotica John Lennon di Cobwebs in the air), pervaso di psichedelia trasognata (quella Me, my sister and John in cui un'acidula mollezza Ivan Graziani sembra far capolino tra le distorsioni), sospeso tra remissione asprigna e folle serenità (il pigolio elettronico su caligine di vibrafono di Starlight).

Il pianoforte è una matrice che avanza in mezzo a territori allibiti (le omeomerie cyber nella nebbia di moog e vibrafono di After all it's summertime, come dei Flaming Lips costernati), a piedi nudi sulle tracce del senno disperso (lo swing consunto e infebbrato di Hit me with the water), nel vuoto pneumatico che separa i fantasmi di Alex Chilton e Neil Young(generando il miraggio cinematicoMercury Rev di Who are you?).

Una sorta d'incanto affranto che si confessa l'impossibilità d'uscirne (come in June is a whore, amarezza pastosa d'illusioni incartapecorite, il tempo sparpagliato nella densità vuota in cui si muovono piano, chitarra e voce), che raramente soffia sul fuoco (in So fine, dove saltella tra mellotron e wurlitzer, oppure in All is falling, dove recupera una verve quasi loureediana spalleggiato dalla pedal steel luccicante di Alessandro Stefana), che mormora sullo sfondo mangiucchiando i bordi delle canzoni (corde sfregacciate, segnali di disturbo, i margini slabbrati della tela).

Interni che si schiudono di sogni avariati, di abbandono e dissipazione, prima dei quali (o malgrado, o comunque) si cela il duplice antefatto di Hamlet Machine e That's why i'm in trouble with the black light, tracce "fantasma" ad uso e consumo di chi ancora ascolta via impianto stereo (essendo un pizzico più difficoltoso riprodurle via PC). Sono questi due pezzi la turbina elettrica che presuppone le tenebre, le fiammelle che covano nel fumo, qualcosa tra i Velvet Underground più "allegri" (questo sì che è un azzardo) e gli amatissimi Sparklehorse, i Beatles (ma certo!) più aciduli e gli Elf Power fuzzy, i Soft Boys madidi di agra follia e il festival jingle-jangle dei Rem in fregola Byrds. Luci spinose e frastagliate che spingono fino sull'orlo di una notte che appunto inizia ripudiando il sole, nella breve intro che precede (forse) tutto quanto si è detto finora.

Disco di una bellezza fragile e lancinante.

(7.8/10)

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