Recensione
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Genere

indie pop

Data di uscita

Marzo 2002

Pubblicazione

01 Marzo 2003

GoodMorningBoy

Self Titled

Urtovox

Benedetta la forza centrifuga, quando i risultati sono pungenti teatrini dell'anima come questo omonimo esordio di Goodmorningboy (2002). Conosciuto finora in quanto membro (e addirittura leader) di una band (i bravi Elle) con il ben più secolare nome di Marco Iacampo, si mette in proprio e ci offre la fragranza di un manufatto dalla cifra sonora chiaramente riconducibile - fin dall'iniziale Good Morning Blues - a nobili stilemi preesistenti (Sparklehorse in primis, soprattutto per quel vezzo di giustapporre due o più tracce vocali a portata di ottava, e quindi Robyn Hitchcock, Pavement, dEUS, un pizzico di Eels ed il Lennon più acido).

Tutto ciò ben sorretto da una personalità ben definita, capace di prendere per mano ogni traccia e vestirla di abiti ben attagliati, mai banali, raramente eccessivi e spesso eccitanti (considerando che il ragazzo si autoproduce, direi cha ha realizzato un fottuto gran lavoro).

Ci è così consentito scegliere, ascoltando ballate strizzacuore come For The Morning Scope, se appigliarsi alla mesta linea melodica oppure perdersi tra imprendibili evanescenze di corde e i sussulti del piano (viene in mente Weeping Willow dei Grandaddy), per non tacere la malia dei tapes fluttuanti + ghirigori sintetici nell'eterea This Is For Me.

Sentitamente consigliato poi lasciarsi intrigare dalle blandizie CSN&Y di Migratory Boy, o ancora meglio dall'irriverenza lennoniana che innerva Lili e attraversa come una vena blu il patchwork She's The Protector/Suite For Her/No Tears To Cry.

Il vero gioiello del programma lo incontriamo a metà scaletta, una I'm The Killer che s'inghirlanda di un corettino aereo evidentemente "wyattiano" in valzeristico avvitamento tra vibrafoni e ritmiche jazzy, per un congegno avant-pop sofisticato e leggero, insidioso e traslucido.

Non sono male però anche pezzi come A Day On The Bay (piano elettrico e chitarra acustica a sbaciucchiare una melodia che darebbe gioia a Costello) o Lovesong (come certe irruenze Crazy Horse rimasticate dai Wilco), l'occhio strizzato all'ancora vibrante passato lo-fi, mentre Snowfall chiede forse un po' troppo ai nostalgici dell'onirico cabaret di The Band rovistando tra versi un po' piatti alla ricerca della magia che-non-c'è.

Chiude in bellezza I Saw Jupiter, vicina a certe lievi ballate younghiane piano-voce di inizio novanta, Philadelphia in primis: come socchiudere appena la porta, un invito a ripassare quanto prima o a non andarsene affatto. Ne esce così corroborata la sensazione complessiva di delirio lucido, le spalle poggiate ad una parete di malanimo, l'umore cangiante e indomabile, una tavolozza di colori convulsa e festosa che sembra ingoiarsi l'ombra e invece la copre soltanto, in attesa di prevalere.

Una rassegna di bozzetti ipercromatici che ti lasciano il sospetto di una sofferenza dissimulata, per questo forse così toccanti, vividi, preziosi. In attesa magari di più mature e convinte trame melodiche per sbocciare nell'aiola dei "grandi".

(7.3/10)

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Stefano Solventi
Stefano Solventi (Album 2002)