Recensione
Danse Macabre Faint (The)
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wave, emo, synth pop Voti redazione e staff

Faint (The)

Danse Macabre

City Slang

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Entrato in formazione nel 2001 il chitarrista death metal (!) Dapose, i Faint provano a fare il cosiddetto “botto” con Danse Macabre. Che facciano sul serio si capisce sin dalla scelta grafica di copertina: un collage pop art composto da una sagoma di ballerino anni '50 (vestito come il Travolta tarantiniano) che si staglia contro una tetra downtown; su tutto, font di testo futuristi (à la Blade Runner) tra il giapponese e il cirillico da propaganda sovietica. Una trasposizione post-moderna delle copertine punk (specie quelle dei Clash) in cui il contrasto tra il nero dei grattacieli-monoliti e il rosso fosco dello sfondo, unito al personaggio danzante, esprime perfettamente il concetto di “macabro danzabile”; una meta precisa e studiata, che il gruppo di Omaha ha raggiunto in questo disco partendo dalle linee estetiche e sintetiche del precedente Blank Wave Arcade.

La formula di Danse Macabre presenta un gruppo padrone dei suoi mezzi, e perciò depositario di un vero marchio di fabbrica: un sound dal forte appeal, ricco dei consueti fantasmi del passato ma anche di finestre elettroclash e death metal, cinico e a tratti gotico, sempre originale e raramente abbandonato dalla vena lirica di Todd Baechle. Questo impasto sonoro, fruibilissimo e ultracompatto, unisce l'impeto e l'irriverenza punk all'estetizzante e gelidamente sensuale approccio synth pop, fotografando il periodo di intersezione tra un'epoca di rottura (che stava sprofondando) e un'altra assolutamente contraria negli intenti (che stava emergendo).

Liberi di poter riscrivere la storia al riparo da tramontate dicotomie giovanili (punk vs new romantic e via dicendo), i Faint fanno un salto nella discoteca alienata dei primi New Ordere da lì, da quei motivetti, riavvolgono il nastro re-iniettando irriverenza e sberleffo anarcoide; in altre parole, superano a sinistra i gruppi cui saranno associati alla nausea evitando di riproporne la patetica seriosità, e ripropongono gli impetuosi attacchi dalla strada spurgandoli di ogni valenza sovversiva e contestatrice.

Brani come Agenda Suicide (i Nine Inch Nails che flirtano con i Duran Duran), Glass Danse (i Bronsky Beat a letto con i Mouse On Mars), Let The Poison Spill From Your Throat (i Bee Gees con gli Human League di Travelogue), Posed To Death (i DAF che tentano un approccio amoroso con i Depeche Mode), The Conductor (i Fields Of The Nephelim con i Daft Punk), Ballad of a Paralysed Citizen(John Foxx con ancora i League) sono curiosi cortocircuiti stilistici in nome di un’elettronica dilettantesca e home-made, finalizzata al ballo '80 senza nostalgie.

Ne viene fuori un (in)sano e geniale pop-wave-punk, probabile apice espressivo dei Faint ma anche potenziale pericolo per lo sviluppo artistico del progetto. Agganciandosi più al gioco estetico che a quello etico, il percorso del gruppo rischia di restringersi ad una cocciuta ricerca massimalista di elementi sempre nuovi che rischiano d i alterare una mistura forse già in sé perfetta e, proprio per questo, di probabile vita breve. 

(7.0/10)

Scheda: Faint (The)

Pubblicazione: 11 Novembre 2004

File under: wave, emo, synth pop

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