La Sera Della Prima
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Genere

animazione

Durata

1h 37’

Sceneggiatura

Andrew Stanton, Pete Docter

Cast

Ben Burtt, Elissa Knight, Jeff Garlin, Sigourney Weaver (voci)

Musica

Thomas Newman

Fotografia

Jeremy Lasky

Montaggio

Stephen Schaffer

Data

14 Dicembre 2008

Uscita Film

Novembre 2008

trailer

Wall E

Andrew Stanton (USA, 2008)

Wall-E è il nono film della Pixar, dopo Toy Story, In cerca di Nemo e, soprattutto, dopo l’ultimo capolavoro che èRatatouille. Questo ricco gioiello d’animazione sposa fantascienza e commedia romantica, ha uno sfondo futurista/surrealista, mostra un simpatico robottino che, in una scena post-apocalittica, fa la corte ad una sua simile in versione hi-tech e, infine, non manca di mandarci precisi messaggi d’ammonizione nelle maniere bonarie tipiche dei prodotti targati Disney.

Wall-E (Waste Allocation Load Lifter Earth-class, ovvero sollevatore di carichi e collocazione rifiuti, classe Terra) vive, insieme all’amico scarafaggio, sul pianeta Terra ormai spopolato, impilando cubi di immondizia compattata che producono visioni a metà tra le rovine Maya e le foreste pietrificate di Max Ernst. L’incontro con Eve (Extra-terrestrial Vegetation Evaluator) porterà alla seconda parte del film che si svolge sulla nave spaziale Axiom in cui uomini, ormai ridotti a letargiche “patate”, obesi e incapaci di movimento, sono guidati e serviti da robot e megacomputer. Sotto la direzione, inoltre, di una società che porta l’eloquente nome di Buy’n Large (gioco di parole fra il senso letterale dell’espressione “by and large“ che significa “globalmente“ e il significato che assume qui, “compra e ingrassa“), gli uomini hanno perso completamente memoria della loro provenienza e dovranno impegnarsi a riconquistare le proprie origini ritornando sulla Terra, grazie alla rinnovate possibilità di vita rappresentate dalla piantina portata da Eve, una sorta di Graal.

La prima parte è lirica e poetica, può contare sull’alta qualità dell’immagine e sulla suggestione delle visioni. C’è, inoltre, l’interessante commistione fra il digitale e l’analogico, rappresentato, quest’ultimo, dal VHS che Wall-e continuamente rivede e dagli ologrammi pubblicitari in cui compaiono riprese di uomini in carne ed ossa. Questa prima parte è pienamente cinefila, densa com’è di riferimenti alla memoria cinematografica. L’assenza di parlato non fa che ribadire l’idea, richiamata anche dai titoli di testa finali, che il cinema sia sempre stato, fin dall’inizio, animazione e movimento, prodigio della cinetica. Sull’iconografia del film molti sono i riferimenti: il film è stato presentato, in America, come “R2-D2 The Movie“, riferendosi alla somiglianza, non solo fisica, con il droide di Star Wars (1977), immaginato dallo stesso George Lucas, iniziatore della saga, che in Italia è diventato C1-P8. Con lui, soprattutto, Wall-e condivide la vocalizzazione: robots e droidi che squittiscono e ronzano senza proferire parola. In realtà, è anche vero che Wall-e assomiglia di più, nelle fattezze, al robot timido e romantico Johnny Five di Corto circuito, così come, ovviamente, ad E.T. e, meno noto da noi, a quei “toaster su gambe“’ che erano i robots in 2002, la seconda odissea. Con quest’ultimo film, per altro, Wall-e condivide anche la causa ecologista, ma questo è davvero un tema infinito nel cinema, soprattutto di fantascienza. Eve, al contrario, ovoidale robot-femmina, liscia e bianca come un tipico prodotto Apple, schizzata come una variante della fatina Campanellino con la velocità di Beep-Beep, è ovviamente di una generazione successiva a quella di Wall-e (il rapporto tra l’arcaico e l’hi-tech è tema portante nel film). La sua entrata in scena innesca non solo il motore narrativo per la seconda parte ma anche una specie di violento balletto meccanico che si trasforma in scene da vera e propria slapstick comedy.  

Il fatto che Wall-e abbia sviluppato, tra i detriti di una civiltà ormai scomparsa, una sorta di personalità, alimentata dal lavoro risoluto di uno spazzino futurista, rappresenta certamente il lato più poetico, in accordo con la tradizione di ottimismo, anche se edulcorato, della Disney. Wall-e è stato definito uno “Stalkerstraccivendolo“ (Hervé Aubron, Rouleau compresseur in Cahiers du Cinema, juillet/aout 2008, pag. 44), guardiano dei ricordi e collezionista curioso, come lo erano i surrealisti all’epoca del fascino dell’objets trouvés e del bric à brac. Immerso in questo silenzio sospeso, mentre butta un anello prezioso e si tiene la scatola, conservandola con amore insieme ad accendini decorativi, lampadine rotte, il cubo di Rubik, forchettine tondeggianti, la cassetta di Hello, Dolly! sembra echeggiare a un Charlot-freak futurista contro il consumismo. Gli oggetti del ricordo accumulati in maniera (anti)economica e anarchica rendono il container dove Wall-e si “ricarica” una specie di grande lanterna magica. È, inoltre, tipica tendenza della Pixar (Toy Story, Cars) quella di evocare malinconicamente un passato, il senso bello e triste con cui si guarda a “come eravamo”. In questo modo la seconda parte in cui si paventa un senso di tirannia sull’umanità da parte dell’intelligenza artificiale (l’uomo compare, tra l’altro, non più come fantasma d’immagine analogica ma come CGI)  assume un senso ancor più rigoroso e ambiguo, dal momento che è proprio il ventre di un robot sentimentale a costituire l’archivio/tomba, come un database, del nostro passato. 

I primi minuti di questo film sono davvero il più bell’incipit mai visto nell’ultimo cinema americano. Si è parlato di un confronto con un’altra immagine di metropoli abbandonata come quella di Io sono leggenda ma questo è molto più lirico, meno ossessionato dalla velocità. Quando, nella primissima scena del film, entriamo delicatamente nell’atmosfera terrestre e ci troviamo di fronte ad una scena apocalittica, illuminata nella luce calda del tramonto e contrappuntata da Put OnYyour Sunday Clothes (da Hello, Dolly!) non possiamo che essere d’accordo con chi ha parlato di una superiorità dei film Pixar rispetto ai film DreamWorks, decisamente più commerciali e attenti alle mode del momento. Se ne potrebbe discutere a lungo ma non possiamo non riconoscere che, fino ad ora, una personale e specifica poetica (epica, senso dello spazio, potere immaginifico, critica sociale) sia stata sviluppata più dalla Pixar che non dalla DreamWorks, guidata solo dal principio dell’intrattenimento.

copertina pdf #91