Dimenticatevi il Barrett solista, l'LSD, le melodie caracollanti. Non c'è più speranza. Il Mandrax vi ha fottuto il cervello, vi ha spedito in un non-luogo delle mente, la vostra nuova casa è una chiesa sconsacrata da qualche parte in mezzo al deserto, coi drappi neri alle pareti e le vetrate in frantumi. C'è una bolgia infernale lì dentro, reietti come voi, vestiti di stracci, che si trascinano, mentre sull'altare una strana figura incappucciata tiene le braccia alzate e vi fissa.
E' l'episodio più visionario della saga questo terzo disco lungo della formazione trevigiana. Silenzi e riff minimali, atmosfere cupissime e improvvisi cambi di registro, nenie e urla, in un succedersi anoressico e decadente che lascia senza fiato. La cricca del Reverendo ci si mette di impegno a scardinare l'idea di folk-pop band - per quanto borderline - che ci si era fatta di lei e lo fa collezionando trentaquattro minuti senza cesure, vagamente riconducibili ad un'estetica “progressiva” - ma alla maniera degli Os Mutantes, non di Emerson Lake & Palmer -, scritti con in mente più Silent Hill (il film) che The Madcap Laughs (il disco). Crescono le aspirazioni, cresce il bisogno di allentare le geometrie e di abbandonare l'idea classica di “brano”, si sfiora il concept, ma lo si fa rimanendo ancorati al folk minimale degli esordi e a un'idea di musica semplice quanto efficacie. Un'idea che prevede che la batteria di Vittorio Demarin continui a suonare come suonava quella di Maureen Tucker quasi quarant'anni fa, che l'organo di Chiara Lee foraggi il suono senza debordare, che la chitarra di Federico Zanatta macini note di una lentezza sconsiderata senza accennare a un accordo. Il resto sono dettagli sparsi – un piatto che vibra, qualche rumore -, crescendo inquietanti ma soprattutto armonie e contrappunti vocali ispirati più alla musica sacra che al pop. In un'opera che raggiunge lo zenith, in termini di organicità, nella parte centrale, quella che va da Ran Out Of Fuel And A Viper Just Bite Me a Hide Youself In The Wood, ma che pretende comunque, per tutta la sua durata, uno sforzo di comprensione non indifferente.
Si discuterà a lungo, già lo sappiamo, su questo disco. Qualcuno lo taccerà di sperimentalismo spicciolo, altri di eccessiva dispersività, altri ancora ne sottolineeranno i numerosi vuoti. Noi stiamo dall'altra parte della barricata, convinti del fatto che il coraggio di ripartire da zero evitando le ovvietà e cercando intraprendere nuove strade, porti quasi sempre a guai seri ma anche a grandi soddisfazioni.
(7.7/10)
Scheda: Father Murphy
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