Recensione
We Have Everything We Need Shelleyan Orphan
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old acustic movement Voti redazione e staff

Shelleyan Orphan

We Have Everything We Need

One Little Indian

Non facile né frenetica, la vita di queste Orfane romantiche. Tocca risalire al 1980 per scovare i primi passi di Caroline Crawley e Jemaur Tayle a Bournemouth, dove fanno amicizia sulla base della comune passione per il poeta Percy Bysshe Shelley. Occorrono due anni affinché si spostino a Londra dopo aver scelto la ragion sociale tuttora conservata e inizino a muoversi nel panorama musicale; avanti veloce al giugno ’84 per una session BBC per David Jensen e il contratto discografico con Rough Trade. Da lì in poi si prenderanno il tempo necessario per fare la loro cosa: l’esordio a trentatre giri, Helleborine, stabilisce nell’87 le coordinate stilistiche di un delicato folk, intessuto con atmosfere agresti e respiro pop, arrangiamenti ricchi - soprattutto archi e ance - però mai stucchevoli, piglio colto e zero spocchia. Come accasare il folk-rock britannico di fine '60 presso la 4AD e vedere l’effetto che fa. Buono, ma la stampa locale li bolla come pretenziosi, i Mirò raccolgono il testimone e gli spiccioli di fama. Non serviranno a smuovere le acque altri due lp, tanto meno la stima di Robert Smith - che se li portò dietro nel tour di Disintegration - e Ivo Watts-Russell (con relativa partecipazione della Crawley all’ottimo Blood dei This Mortal Coil). Dallo scioglimento, datato 1992, non era giunta altra notizia, eccetto un brano per il tributo a Buckley padre Sing A Song for You risalente a otto stagioni fa.

Chissà se la molla che ha spinto Caroline e Jemaur a tornare è stata l’hype scatenatosi attorno alle radici e all’acustico sentire: probabile, ma a conti fatti poco rilevante. Importa qui ritrovare dei vecchi amici in forma e gioire della sorpresa. Dall’esordio a oggi non è cambiato niente: si pesca dalla tradizione albionica con modi sofisticati (Beamheart, Bodysighs, l’ombrosa Judas) e lo stesso - con minor frequenza - per certa tarda wave di stampo “goth” (Host). Senza limitarsi a questo e anzi mettendoci del proprio, ad esempio nella marcetta I’m Glad You Didn’t Jump Out Of The Car That Day che somma Nick Drake agli Xtc di Mummer; in I May Never, metà outtake di Bryter Layter e metà Kate Bush acquietata; nell’occhieggiare il country con personalità in Someting Pulled Me e nell’India mentale di Evolute. Ti trovi ad ascoltarlo spesso, We Have Everything We Need, certo più di quanto avresti pronosticato a scatola chiusa. Semplice la spiegazione: quando sei “new loud” con anni d’anticipo, mica puoi sbagliarti.

(7.3/10)

Pubblicazione: 01 Dicembre 2008

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Giancarlo Turra
Giancarlo Turra (Album 2008)

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