Se c’è una cosa che non manca a Jesse Malin è l’impegno. Che poi lo usi per mascherare la mancanza di originalità è tutt’altro discorso e, qualora ciò rappresentasse una colpa, dovremmo rottamare il 50% delle nostre collezioni di dischi. Ci guardiamo bene dal farlo per un’ottima ragione: se penna e gusto nel vestirla ci sono, non puoi esimerti dall’apprezzare - finanche amare - artisti di scarsa “originalità”.
Però: recitava da punk costui un decennio fa, per poi saltare nel nuovo millennio sullo stracolmo vagone dei songwriters americani, dal quale è più volte caduto per debolezza della presa. Passabili infatti i dischi, tuttavia privi della zampata che li elevi sopra una mediocrità ben poco aurea e la profusione di stereotipi. Ci senti un po’ chiunque, dal Boss ai Soul Asylum passando per John Cougar e senza mai davvero ascoltare Jesse. Colpa di arrangiamenti bolsi e penna banale, mai redenti da una voce indolente prossima a Jagger ma senza pathos né profondità. Eppure, con questo album/regalo ai fan registrato al newyorchese Mercury Lounge lo scorso dicembre, a tratti lo dici presente e attento a comunicare, chiacchierate e aneddoti a parte: sarà l’aria di casa e di festa, la dimensione più raccolta o la strumentazione contenuta, fatto è che il ragazzo infila alcune cose non male. Su tutte il country-folk High Lonesome e la ballata metropolitana trafitta d’archi Aftermath; la mesta Hotel Columbia e gli Stones anni ’70 evocati da Cigarettes & Violets; un’intensa Broken Radio composta con Springsteen e quella Wendy da immaginarsi opera di ipotetici Replacements “unplugged”. Però, sarebbe Malin se non tenesse fede alla sua incompiutezza?
Appunto: eccolo inciampare in un’anemica Helpless (Neil Young, ovviamente: ripresa dal Re Inkiostro un ventennio fa con bel altro piglio), in alcuni cali di tono e soprattutto nel pugno di brani registrati in studio che, in coda al disco, mostrano i difetti di sempre (specie quando si massacrano classici come Lady From Baltimore e Fairytale Of New York…). Jesse, bastardo che non sei altro, quasi mi avevi convinto. Che ti costava tener duro sino in fondo?
(6.5/10)
Scheda: Jesse Malin
Pubblicazione: 01 Dicembre 2008
File under: US rock
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