Recensione
Villainaire Dead Science (The)
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experimental pop Voti redazione e staff

Dead Science (The)

Villainaire

Constellation Records

Li abbiamo re-incrociati da poco, i Dead Science, parlando dei Parenthetical Girls. Sam Mickens e Jherek Bischoff, due terzi del gruppo insieme al batterista Nick Tamburro (una facile ironia sfugge dalle labbra), sono infatti ormai parte del complesso di persone che sta attorno alle ragazze parentetiche; si può dire che sono il ramo di Seattle delle Girls. E però non avevamo indagato sulle relazioni tra le due entità, o almeno lo avevamo fatto sbilanciandoci solo sui portlandini. Oggi arriva Villainaire (disco dedicato ai Wu-Tang Clan), a riequilibrare la tendenza; ovvero un macigno in grado di saturare le orecchie con una raffinatezza massiva che vede l’ascoltatore accusare il colpo, mai facile da subire.

Saranno i tamburi insaziabili di Tamburro, forse? Eppure di questi tempi siamo abituati a gente come Shea e Hill. Sarà la vocalità ingombrante, tutta basata sul vibrato gutturale, di Sam Mickens? Quella che a volte ci riporta a Portland, ma non da Pennington, ma dai sospiri di Jamie Stewart (Lamentable)? Saranno gli accordi che neanche per sbaglio aggradano il desiderio di prevedibilità che in fondo alcuni conservano in cuore? In effetti dopo due tracce sembra quasi impossibile che tutto ciò possa protrarsi per undici brani. E invece arriva Monster Island Czars, un mostro davvero, ma di composizione e di lavoro sugli incastri. Un thriller tratteggiato dall’arco di Jherek, in combutta con pennate di chitarra, reminiscenze Atom Heart Mother, contrappunti/non-contrappunti alla Beefheart. Un brano manifesto, un Royal Rumble che ci fa capire che qui c’è la cultura del frammento; e che i Dead Science riescono nonostante la complessità a trovare una via pop – comunque lontana da percorsi Radiohead o Muse, o tantomeno dallo strafare dei Mars Volta. Del resto loro si definiscono “experimental pop”, e piuttosto ricordano quei penultimi 90 Day Men di To Everybody che al tempo fecero una certa sensazione (Black Lane). Come sopra è la voce a tendere la mano – sentite l’r’n’b “drillato con cui si chiude il disco (Clemency).

Concluderemmo dicendo che i DS ci hanno convinto di una cosa, una volta di più: che una melodia non deve necessariamente essere orecchiabile. E ne trae godimento soprattutto il cervello.

(7.1/10)

Pubblicazione: 01 Ottobre 2008

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