Chicago, 3 novembre 2006. Un attivista politico contro la guerra in Iraq, chiamato Malachi Ritscher, sale sulla rampa di un’autostrada in pieno centro, nel momento di maggior traffico cittadino. Posiziona una telecamera rivolta verso di lui, si cosparge di benzina e si da fuoco. Malachi lascia una lettera d’addio che rende chiaro il messaggio politico del gesto: “Se devo pagare per la vostra guerra barbarica, preferisco non vivere nel vostro stesso mondo. Mi rifiuto di finanziare omicidi di massa di civili innocenti che nulla hanno fatto per minacciare il mio paese. Se una morte può scontare in qualche maniera la pena che sento, voglio gridare al mondo: chiedo scusa per ciò che vi abbiamo fatto, e mi vergogno dei disastri che ha causato il mio paese”. Peccato che il gesto di Malachi non venga notato da nessuno. Si rendono necessari diversi giorni per identificare il cadavere carbonizzato e il gesto non fa in tempo ad entrare nemmeno nelle cronache cittadine, fino a quando un giornalista del Chicago Reader non collega le cose e ricostruisce tutta la vicenda.
Che è una triste vicenda anche per come prosegue. Infatti il figlio di Malachi diffonde la notizia del grave stato di depressione del padre e di come una morte da martire affascinasse la sua psicologia. Da qui a trasformare Malachi Ritscher in un pazzo e il suo gesto in un suicidio per stato depressivo non ci vuole molto e infatti così è stato, cancellando alla base tutto il significato politico della vicenda. Non c’è tempo per i martiri nel Nuovo Mondo, né tantomeno nelle cronache storiche dei nostri giorni. Infatti Malachi difficilmente potrà beneficiarsi di essere ricordato insieme ad analoghi martiri politici come Jan Palach o il monaco vietnamita Trich Quang Duc.
I Metal Rouge invece decidono di ricordarlo e lo fanno con questo album, dedicandogli idealmente tre movimenti di un esemplare percorso ambient. Dietro la sigla Metal Rouge ci sono Helga Fassonaki e Andrew Scott, un duo neozelandese trasferitosi poi a Los Angeles. All’origine dell’album ci sono tre concetti, o per meglio dire tre esortazioni: Rabbia, Amore, Tristezza. La musica del duo è un raffinatissimo reticolo ambient. Helga suona un particolare dulcimer persiano chiamato Santur, mentre Andrew una più classica chitarra elettrica. Il suono degli strumenti viene poi sapientemente processato in fase di missaggio, ma ciò che è importante per i due è la più classica delle timbriche d’ambiente con un’ossessione per i riverberi metallici, quasi industriali.
Anger, Awaken è un reticolo spinoso, riverberato, cingolante, che trasmette ciò che promette. Una sorta di rabbia compressa sempre sul punto di esplodere nel lentissimo climax finale. L’ansia si stempera nel successivo movimento Love, Awaken. Gli echi di chitarra vengono fatti vivere proprio in virtù delle loro vibrazioni nell’ambiente. Un risultato notevole, parente prossimo degli ascetismi zen delle migliori produzioni and/OAR, 12k e Sirr. Il terzo frammento Sorrow, Awaken ha il piglio maggiormente improvvisato, ma il centro focale dell’opera: l’eco delle corde e il loro galleggiare nel vuoto, tocca qui le sue vette. Il suono dei Metal Rouge ha sempre qualcosa di fisico, materico e richiede una risposta molto sensoriale. Nel senso proprio di risposta psico-fisica all’ascolto. Un bel modo per ricordare Malachi e un bel passaporto nel mondo sospeso dei Metal Rouge, qui al loro debutto ufficiale.
(7.5/10)
Scheda: Metal Rouge
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