Recensione
Chimera Vincenzo Ramaglia
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Improvvisazione (Quasi) Libera Voti redazione e staff

Vincenzo Ramaglia

Chimera

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A Vincenzo Ramaglia piace associare le parole al senso musicale, giocando sui termini che meglio descrivono il processo compositivo e l’idea che sta alla base di un’opera. Dopo i riferimenti chimici alla formaldeide (elemento utilizzato per la conservazione di materiale biologico), sta alla figura mitologica della chimera rappresentare la sostanza di una composizione musicale.

Una parola, Chimera, che “suggerisce il principio della composizione di diverse cose in una sola”. Ma che richiama anche, metaforicamente, a qualcosa di irraggiungibile. Nel caso di Ramaglia, come lui stesso afferma, il principio di questo accostamento tra mito e musica è quello di “racchiudere in un unico amalgama musicale ingredienti sonori apparentemente distanti”. In questo caso, i mondi distanti sono rappresentati dal contrabbasso e la loop station, due strumenti molto diversi nelle loro caratteristiche e funzioni, che qui vengono resi complementari, grazie agli interventi del contrabbassista, che crea i loop e si occupa di variarli. Su questo schema si inseriscono gli interventi improvvisati di sax e batteria, una novità per uno strutturalista convinto come il Nostro. L’effetto complessivo che ne deriva, e per gli strumenti messi in campo (sax, batteria,contrabbasso) e per l’elemento improvvisativo libero da schematismi e prevedibilità, che si inserisce prepotentemente nella partitura, richiama il free jazz. Salvo poi considerare un elemento per niente secondario, che è rappresentato dalla loop station e dai tentativi dell’autore di intervenire sulla prevedibilità insita nella natura modulare dell’elaborazione sonora propria dello strumento.

Al di là di tutti i progetti sulla carta, la messa in pratica di queste idee sembra creare, più che un unico amalgama musicale, un’ambientazione sonora non sempre controllabile in tutte le sue parti, dentro la quale si muove, con una impressionante plasticità e un infaticabile senso della esplorazione strumentale, il saxofonista Renato Ciunfrini, mettendo in secondo piano gli esperimenti timbrici sul contrabbasso, ispirati allo stile di Stefano Scodanibbio. Un lavoro, in fin dei conti, il cui risultato è migliore del progetto iniziale, nel quale si cercava di trovare risposte già date già un bel po’ di tempo fa da gente come Edgard Vàrese, John Cage e La Monte Young.

(6.5/10)

Pubblicazione: 01 Ottobre 2008

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