Uno dei segreti meglio custoditi del rock americano bazzica spesso il Belpaese, al quale è legato da un cordone ombelicale artistico ed ambientale che volendo potete identificare in nomi quali Bruno Dorella e Stefania Pedretti, entrambi presenti tra i credits di questo Ahura, ennesima prova su lunga distanza dei Rollerball, se non andiamo errati la tredicesima in undici anni. A occhio e croce è pure la più melodica, pervasa com'è d'un romanticismo indolenzito ancorché ovviamente anarcoide, sostenuto da quel tipico piglio avant che ben si accorda con la fiera voce di Mae Starr.
Aspettatevi quindi d'incrociare costrutti dal fascino pensoso e dalla sinuosa tracotanza (l'avvolgente tensione di Simon e Cesena Sweat Pants), roba che sembra un impasto di 90 Days Men e Yo La Tengo, salvo poi svoltare nella tensione ghignante d'una Towel Boy Tent (la consueta prova canora da brividi firmata Pedretti), nella sciropposa circospezione wave-jazz d'una Kevin Loves Snowmen, nella processione ispida e fosca di Taxidermy Eye (liberi di sentirci qualcosa dei Morphine), nell'estro art-funk d'una American Alcoholic, nel dub androide di Tweaker Developes Like A Diamond, nel post-punk turgido e sparigliato di The Highersons, infine tra gli spasmi e le insidiose astrazioni di Twinkie Burrough che sembra aver appena finito di digerire Bristol e Chicago.
Il pianoforte detta spesso la direzione e il mood, le corde macinano catrame bollente e turbolenze ruvide, le ance sono ruvidi zampillanti diversivi, il drumming impressiona più per l'energia che sembra trattenere di quella che rilascia, quanto alla voce ho già detto: il resto è una parabola imprendibile e sinuosa tra psichedelie sparse, tra istanze arty scese a patti con certi intrighi atmosferici, un "qualcosa" che galleggia tra il post più arguto e disinvolto, le più succulente perorazioni mitteleuropee, la teatralità trascinante dei seventies e chissà cos'altro. Disco eccellente di una grandissima band che meriterebbe lo sdoganamento definitivo.
(7.6/10)
Scheda: Rollerball
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