Recensione
Unholy Majesty Rose Kemp
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folk post metal Voti redazione e staff

Rose Kemp

Unholy Majesty

One Little Indian

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Si diceva l’anno scorso a proposito di Rose Kemp che avremmo sicuramente sentito ancora parlare di lei. La vulcanica “metal girl”, figlia d’arte (la cantante Maddy Pryor e il bassista Rick Kemp degli Steleeye Span, gruppo folk-rock UK dei ’70) che nel 2007 si era rivelata con A Hand Full Of Hurricanes (miscela di folk, dark rock noise), dopo numerosi side-project ci riprova. Unholy Majesty si spinge più in là del precedente, esplorando il lato più ruvido di Rose.

Oscillando tra una formazione folk inglese classica, va da sé viste le origini, e successivi approfondimenti verso il prog e il post-metal doom, la Kemp qui sposta il tiro a favore di quest’ultimi elementi. E se la base è sempre saldamente puntata verso il folk inglese dei Settanta (si veda l’opener Dirt Glow, liricamente classica), il suono si inasprisce e la voce diventa aggressiva e ancora più oscura. Tentazioni prog che sfociano nel metal, racconti di ordinarie paranoie che si inerpicano fino all’esplosione, per tornare a implodere, in un saliscendi continuo, come se le storie fantastiche e paranoidi di Gong e Peter Hammil fossero dissepolte e agissero con voce femminile. Un songwriting più sicuro e un talking blues che ricorda da vicino la prima P J Harvey (Bitter and Sweet) e di rimando la Bozulich, i Sigur Ros nel loro post metal (Nature’s Hymn), una Nico oscura e marziale (Wholeness Sounds) spettrale nel recitativo e così procedendo. Un passo avanti e un arricchimento nel suono che giova alla sua espressività spigolosa e ruvida.

(7.0/10)

Scheda: Rose Kemp

Pubblicazione: 01 Ottobre 2008

File under: folk post metal

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