Recensione
L’Arte Della Guerra Francesco Cusa
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Jazz Voti redazione e staff

Francesco Cusa

L’Arte Della Guerra

Improvvisatore Involontario

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Dopo le riflessioni psicopatologiche sui serial killer, torna l’improvvisatore (in)volontario Francesco Cusa con i suoi “Skrunch”, che mescolano un po’ le carte in tavola aggiungendo all’organico del precedente album le percussioni di Dario De Filippo, la tromba di Riccardo Pittau e il sax baritono di Beppe Scandino, mentre non figura più in organico Gaetano Santoro.
Cusa, stavolta, seguendo il filone del concept album, si ispira sin dal titolo ad un classico orientale, L’Arte Della Guerra del generale cinese Sun Tzu, vissuto tra il V e il IV secolo a.C. Nelle mani e nel pensiero del batterista e compositore, il testo si trasforma in una sorta di manuale di sopravvivenza alla contemporaneità, che permetta di “ricavare una strategia dal divenire, dal saper leggere, interpretare ed applicare una forma che sia allo stesso tempo efficace e impenetrabile” provando a sonorizzare “il cinismo, il distacco, lo spionaggio, il complotto ed al contempo il sudore, l’ira, l’urlo, in una sorta di percorso di contemplazione”.

Una bella sfida, oltre che con la letteratura, anche con i luoghi comuni. Sfida che il sestetto vince senza grossi problemi, dimostrando di aver trovato proprio quella giusta strategia che si proponeva di cercare il suo leader. Lo fa attraverso una proposta musicale varia, rischiosa ed eterodossa al punto giusto. Ancor più che nell’esordio di circa due anni fa, Cusa e compagni, a differenza di tanti loro colleghi, imbrigliati nelle maglie del revival boppereccio, riescono a dribblare quasi del tutto il pericolo di cadere nel mare magnum della tradizione jazzistica. Le partiture del compositore catanese attingono a piene mani da influenze musicali che vanno dal funky (Escape From Pussyland) al jazz-rock di matrice davisiana (Opinioni Di Un Clown), per sfociare nel capolavoro di eterogeneità Quel Giorno In Cui J.J. Cale Si Svegliò Senza Una Gamba: 8 minuti e mezzo di deliri jazz-prog sostenuti da basso e chitarra color metal. Anche Afrodionisiaco si spinge verso i territori del progressive, facendo l’occhiolino agli Henry Cow e sbilanciando il peso dell’album verso un approccio più compositivo che improvvisativo.

Un Prologo e un Epilogo da film dell’orrore, racchiudono in sé un lavoro che altrimenti sarebbe sfuggito a qualsiasi cornice, tanto è il suo desiderio implicito di esprimere libertà. 

(7.4/10)

Scheda: Francesco Cusa

Pubblicazione: 01 Gennaio 2008

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