Recensendo nel 2006 il debutto di questa band americana, al tempo nota col nome di First Nation, annotavamo come la loro proposta potesse solo in parte ricadere nei pur ampi confini del chiacchierato filone “neo folk”. Si rinveniva e rinviene tuttora in loro l’influenza marcata delle Slits fotografate all’altezza del secondo e splendido lp, come delle innocenti sarabande allestite da Rip, Rig And Panic se fossero state depurate dal free jazz. Medesimo per lunghi tratti il suono da giungla surreale, popolata da bambole isteriche e tribali intente a pestare sugli strumenti con entusiasmo e idee bastanti a sopperire la (mancanza di) tecnica.
Ancor più fattibile il confronto ora che The Return Of The Giant Slits è nuovamente disponibile, ciò nonostante siamo lontani dalla “sindrome della copia carbone” che affligge quasi ogni formazione che si rifaccia al post punk. Nella recensione di cui sopra auspicavamo per Nina Mehta, Abby Portner e Kate Rosko una maturazione che alcuni episodi impedivano di pronosticare certa: difficile dire - alla luce del fenomenale progresso qui esibito - se il sostegno di Kristin Anna Valtysdottir - fuoriuscita dai Mum - abbia giocato in studio un peso decisivo; se costei abbia infuso nelle colleghe maggior fiducia sulla bontà della strada intrapresa contribuendo a gettare colore su una tela un po’ monocromatica. Indagheremo al riguardo e in ogni caso tanto meglio se così fossero andate le cose, giacché mettere ordine nell’anarchia creativa e arricchirla sono i requisiti di un produttore o di chi ne prende il posto.
E’ pertanto molto più focalizzato e profondo del predecessore Black Habit, col suo snodarsi tra tessiture che adombrano le chitarre (eccetto la dondolante acusticheria All Right Peace e l’elettrica tensione sfaldata in sabba Scape Aside) a favore di percussioni fitte e un pianoforte minimo però classicheggiante; su questo intreccio fluiscono leggere le voci, bambinesche e chiazzate d’effettistica ed elettronica povera, in una rincorsa continua che diviene abbraccio reciproco tra melodia e agitazione. L’effetto ipnotico dell’osservare il crescere della marea, una questione di ambienti dentro i quali calarsi pian piano fino a farsi ottundere i sensi da uno stile riassunto in Is He Handsome. Dal suo blog Simon Reynolds lo definisce uno dei dischi più belli del giovane 2008: fin troppo facile afferrarne i motivi e concordare sulla base di tante e tali suggestioni.
Le prove abbondano in questi quarantacinque minuti: ad esempio nell’eterea You Remind Me, negli slarghi precolombiani in dub di Tone Poem, in una Teepee che trasferisce in azzurri cieli gli scenari subacquei dei Pram. Soprattutto in quel senso del passato illustre che non schiaccia e anzi rinverdisce, che ci lascia esultanti a mandare a memoria un “qui e ora” di autentica, ineffabile, magia.
(7.8/10)
Scheda: Rings
Pubblicazione: 14 Gennaio 2008
File under: Post wave, folk
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