Recensione
Here’s to Being Here Jason Collett
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AOR Voti redazione e staff

Jason Collett

Here’s to Being Here

Arts & Crafts

Non accade spesso che nel disco di un cantautore la presenza del produttore sia onnipresente, al punto da togliere talvolta la scena al protagonista. Vengono in mente il vituperato ruolo di Phil Spector in Death of a Ladies Man di Leonard Cohen o il sound paludoso imposto da Daniel Lanois a Time out of Mind di Bob Dylan. Per questo suo nuovo lavoro Jason Collett si è affidato alle cure di Howie Beck, collega e concittadino di Toronto, che segna il disco con tocchi raffinati e un suono pulito, scintillante. In pochi secondi dimentichiamo il vorticoso sound dei Broken Social Scene, storici compagni di viaggio di Collett: basta prestare attenzione a come irrompe l’elettricità in Sorry Lori, senza furia, senza follia. Charlyn, Angels of Kensington potrebbe appartenere agli Apostle of Hustle dell’ospite Andrew Whiteman, ma è solo un episodio di un percorso eclettico, non il riferimento al sound di una scena che un paio di anni fa pareva in grado di innovare il rock.

In Collett c’è un’eco di Dylan. Non nella voce stessa, piuttosto nel suo uso, in certi indugi e certe forzature. Il risultato dell’unione con un suono tanto rifinito, middle of the road si sarebbe detto trent’anni fa, fa pensare al disco che la Geffen avrebbe voluto da Dylan e dalla Band invece del frettoloso Planet Waves, o al Tom Petty di The Last DJ, tanto devoto alla leggerezza da non poter evitare di accompagnarsi a Lindsay Buckingham.

Here’s to Being Here, fedele ai suoi modelli, si lascia ascoltare senza intoppi, si lascia “guidare”, per intenderci. Ma la maggior parte delle canzoni passano nell’autoradio senza lasciare il segno. Che cosa rimarrà? Henry’s Song, perfetto esercizio di neoclassicismo, una delle canzoni dell’anno, se domani mattina ci dovessimo svegliare nel 1974, e Not Over You, splendida davvero, che pare presa in prestito ai Fleetwood Mac.

(6.4/10)

Scheda: Jason Collett

Pubblicazione: 01 Marzo 2008

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