Prima erano Lunz e il loro disco, l’omonimo del 2003, lasciò poco da dire se non che dietro a quella sigla, oltre al neoclassico Tint Story all’oboe, violoncello e elettronica, c’era il veterano Hans-Joachim Roedelius che ritornava al suo amore, il pianoforte, dopo un percorso iniziato nel lontano 1970 alla guida dei Kluster.
Anche nel nuovo Inlandish, stavolta accreditato come anagrafe comanda, la musica si risolve in un’ambient cinematica influenzata da Satie e screziata, come giusto che sia, da piccole parentesi cosmiche memori dei Cluster con Eno (Trouve, Beforst), trovate stile Raster Noton quali Serpentining che rimembrano la coppia Alva Noto/Ryuichi Sakamoto cosi come Kangding Ray ed interessanti intermezzi di contemporanea (Riddled).
Anche questo lavoro lascia poco da dire, ma visto che stiamo parlando di ambient e che il silenzio è necessario, forse è qui che risiede la bellezza di Inlandish.
(7.0/10)
Scheda: Hans-Joachim Roedelius
Pubblicazione: 01 Aprile 2008
File under: Neo-ambient
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