Stai a vedere che il post-rock è arrivato pure in Africa. O magari no: c’è sempre stato e - per le solite problematiche di colonialismo culturale e prospettiva d’osservazione - non ce n’eravamo accorti. Del resto, è la storia a ricordarlo: il rock è figlio di blues e country eccetera e Ali Farka Touré chiarì anni fa quanto l’origine del primo fosse nel continente più a sud del nostro. Tutte verità mai date abbastanza per radicate e consolidate sia tra il pubblico e la critica, in ogni caso, perciò ben vengano lavori come Kangaba a mescolare ancor più le carte e confondere le idee. Nello specifico si tratta di un incontro tra il balafon della tradizionae mandingo di Lansiné Kouyaté e il vibrafono jazz maneggiato da David Neerman: non sarà quel suono “afro-psychedelic” escogitato dall’etichetta, tuttavia il buon risultato dondola tra lieve laconicità (Tiziri), giochi sorridenti (Here) e più serie istanze post rock, snidando l’unione tra il tutto con una sezione ritmica puntuale e secca - Ira Coleman al basso e Laurent Robin dietro tamburi e piatti - e il dialogare fitto, finanche stordente tra i due strumenti “cugini”.
Piacciono soprattutto gli umori moderatamente latineggianti e davisiani sparsi su Djanfa Magni e Bamanan Don, la possanza nervosamente jazzy di Niokomé, l’african-funk Touma. Se vi riesce di immaginare una versione sfrondata dall’elettronica dei Tortoise - evocati dal brano migliore, l’autoesplicativa Kanga Dub - siete sulla buona strada, per quanto il paragone rimanga scorciatoia comoda e limitativa. Tenendo conto dell’acqua passata sotto i ponti, l’applauso va alle pulci infilateci nell’orecchio circa il concetto di “globalismo” e la capacità insita nella musica di travalicare (qualora non mandare a gambe all’aria…) frontiere e limitazioni. Una prova in più per un dibattito iniziato decenni fa, eppure mai abbastanza approfondito.
(6.8/10)
Scheda: Lansiné Kouyaté, David Neerman
Pubblicazione: 01 Ottobre 2008
File under: post-etnica
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