30 anni, un adolescenza spesa a trovare il suo posto ideale nell’america di oggi e un falsetto angelico e consolante che di primo acchito a chiunque ha fatto pensare ad un contralto femminile, giurando e spergiurando che dietro quella vocalità si nascondesse una sinuosa creatura del gentil sesso. “Da St. Paul, con amore”, verrebbe da dire tale è la fattura di profondità e buoni sentimenti che vengono sviscerati in questo terzo episodio solista e che come sempre fanno da base emotiva sopra la quale appoggiare melodie squisitamente pop. Fino all’ottimo episodio eponimo di tre anni fa veleggiavamo su territori di matrice folk-pop con una caratura sentimentale degna di qualche lacrima davanti ai ricordi più briosi, un songwriting spesso e lucido che non lesinava sbavature ma si lasciava apprezzare in tutti i suoi orpelli fatti di semplicità, di quando bastava un’acustica e “quella” voce cullante a creare un’atmosfera perfetta.
Ora le cose sono cambiate: il passo avanti che si auspicava è stato fatto ed i nuovi ingredienti sono un senso di grandeur che pervade in quasi ogni episodio questo nuovo disco conseguenza di un uso massiccio di archi e fiati pur sempre su una matrice indie pop. Pensare ad una sbronza di atmosfere Joanna Newsom purgate di tutta quell’epicità e quella lunghezza, non sembra così errato. Ma se Your Only Son e Nothing Would Matter At All giocano di orchestrazioni delicate su manti preziosi è su una ballata sussurrata come Maryann e sul cadenzato spirito blues di No Never Mine che ritroviamo il vecchio jeff, quello tutto melodie e canti alla luna. Gli azzardi ci sono e in parte possono essere ben presi, come la traduzione pop della frontiera dei Calexico in The Hills, o come nel groove e nel banjo sbarazzino di If Only I Knew, ma altrove è proprio la vecchia forza della scrittura compatta che viene a mancare e si respira solo un fiato lascivo sul collo, un lirismo fine a se stesso che senza una base forte è sballottato dal vento dell’ascolto (gli archi “pesanti” e lo svaccamento di I Don’t Quite Remember, il mestiere di Careful, l’opening tutto effetti speciali e poca lucidità di Night).
Quel di cui si sente la mancanza ora è la compattezza della scrittura passata, i suoi cambi di registro inseriti in melodie sempre azzeccate, sia che fossero ballate sia uptempo gioviali. L’aggiunta orchestrale e un certo gusto minore nel concentrarsi nella struttura dei vari pezzi ha portato ad un prodotto medio, dove si loda la voglia di spingersi oltre ma si rimane ancorati ad un qualcosa che nonostante la grandeur di cui si parla all’inizio puzza di mestiere. Si attende un nuovo equilibrio.
(5.9/10)
Scheda: Jeff Hanson
Pubblicazione: 01 Ottobre 2008
File under: indie pop
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